Un particolare biglietto d’auguri

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Che cos’è il vivente, se non una presenza, un insieme di relazioni che si muove attraverso un piano con un suo ritmo, un suo calore, una sua specifica vettorialità?
Noi non siamo i padri o le madri di linee rette, né tanto meno i figli di un orizzonte.
A dirla tutta, il piano sul quale ci scopriamo una vita non è mai soltanto uno, essendo innumerevoli, forse addirittura infinite, le relazioni tra ritmi, calori, vettori.
Allo stesso modo, il territorio non è mai un semplice ritaglio spazio-temporale sul piano di movimento, sul piano di vita che attraversiamo. E quest’ultimo, nella coerenza dei movimenti, è da intendere ogni volta sia come una congettura plausibile e condivisa (ovvero come un “progetto” di moti), sia come superficie, pelle, incessante amplesso di vettori e loro continuo rilancio.
Per me – per noi – il movimento è sempre stato un continuo albeggiare. Non si finisce mai di morire. Non si finisce mai la morte. Solo chi cerca una stasi, una conservazione, si colloca nel frenamento o nel franamento di un crepuscolo – ma sappiamo che franare insieme, e insieme al giorno, può non essere un morire.
Ecco, io non credo al tempo e alla subordinazione del vivente rispetto a ciò che ne regola per convenzione il movimento. Esiste un nord, certo, ma esso non genera di per sé una direzione vincolante. Verrà la morte, ciò è indubbio, ed essa colpirà inesorabile una gran parte della nostra presenza, ma non esiste sulla carta una vita completamente vincolata. – E che dire qui della ridicola idea di una fine, di un fine, al di là beninteso di ogni relazione col vivente circostante, col vivente altro? Come non incuneare, nel pensiero di un qualsiasi scopo, la rasoiata gentile di una continua scoperta, di una continua domanda di movimento?
Ecco, io credo alle affezioni, al movimento che si chiama desiderio, all’amore che costruiamo arbitrariamente intorno ad alcune tappe.
L’amore non è uno scopo, l’amore è un territorio (anche l’odio lo è): un andare comune, un andare insieme in tutte le direzioni, con passione, tenerezza, discernimento; perché senza tenerezza resteremmo schiavi dei rapporti di forza, e senza discernimento finiremmo per appassionarci solo ai romanticismi deleteri e alle loro eventuali negazioni.
Il discernimento, a sua volta, si pone come flusso di scelte, in una continuità critica delle nostre rispettive prese di posizione, dove la scelta – qualsiasi scelta, qualsiasi decisione volontaria – può essere vista come un picco del discernimento, ossia di quel particolare movimento critico che ci rende umani abbattendo le separazioni sociali.
Tutto ciò, per dirti che l’amore – l’invenzione materialista dell’amore – è movimento critico delle affezioni e critica affettuosa del movimento, oppure non è.

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2
Ti parlo ancora dell’amore. Ti parlerò sempre dell’amore. Finché ci sarà un nostro movimento – un nostro andare a braccetto, o a reciproche spintarelle, verso un’alea chiamata “noi” – mi piacerà parlarti ancora dell’amore e della sua possibile continuità.
Però non fraintendermi. Il tempo non può sottrarci ciò che viene sempre meno lungo il movimento dell’affetto. Le parole, proprio perché non bastano, proprio per la loro costante inadeguatezza (malgrado la poesia, malgrado le indubbie consonanze tra i sensi), si danno come scorci, come squarci sul possibile affetto, nonché sulla continuità praticabile di un amore già detto e contraddetto fino allo spasimo dalla volontà stessa di allargarlo, generalizzarlo, renderlo insurrezionale.
Il tempo non sottrae l’amore, non lo detrae dai giorni che sono nostri. A tutti gli effetti, un amore può logorarsi, terminare, morire nei termini che ne abusano, ma non invecchia. Invecchiano i corpi dell’amore, non certo il suo territorio.
È semmai l’amore a sottrarsi al tempo, alla necessità di una durata, di una cronicità, e a volersi addensare compiutamente intorno alla potenza, alla relazione amorosa tra unicità viventi.
Ovviamente, quando io parlo di “continuità”, intendo qualcosa di radicalmente diverso rispetto alla durata. Cambia la dimensione. Si tratta qui di un bacino fisico, immediatamente tangibile. La continuità è infatti una rilegatura di spazi, di territori, non un tentativo cronologico. È un reticolo di esperienze, non di semplici narrazioni. Concerne un contenuto mobile, non un mero contenitore di cronache.
Lungo la strada, tu sei per me la pietra miliare che mi riconduce ogni volta a me stesso. Un me stesso accresciuto, “movimentato”; non nel valore dei miei saperi o delle mie capacità, bensì nella soddisfazione del nostro moto, nell’immediatezza soddisfatta della nostra comunanza.
Ah, dimenticavo, tu sei anche la strada – e la passante, tutte le passanti.

3
Non trovo stanchezza nelle parole del nostro amore. Proliferano con soddisfazione, talvolta con esultanza. In mezzo ad esse, non si manifesta un vero tentativo di discorso; le frasi quasi non presentano intercapedini, vi si deposita a fatica e solo a sprazzi la polvere patetica della letteratura. C’è un soffio costante che le accompagna, un senso che non muore nel loro dirsi. Il tentativo approda infatti a risultati immediati, fatti di un’evidenza carnale, e che svalorizza, infantilizza tutte le parole.
Non trovo valore nel rilancio delle nostre parole. L’uso dell’amore non consente risparmio. In esso, ogni valore viene bloccato e muore senza fine nel rilancio immediato degli usi affettuosi che ne facciamo.

[ 26 novembre 2014. Buon compleanno, amore mio. Foto di Emma Ferreira. ]

 

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