Il poeta surrealista Maurice Blanchard

Tag

,

ClovisTrouille2



Maurice Blanchard inizia a scrivere poesie nel 1927, dopo aver letto un testo surrealista di Éluard nella vetrina della libreria parigina José Corti.
Figlio unico, era nato nel 1890 a Montdidier (dipartimento della Somme), crescendo in un ambiente familiare assai povero. La madre, abbandonata dal marito alla nascita di Maurice, costringe quest’ultimo a lavorare come apprendista fabbro-ferraio già a dodici anni di età. Dai quindici ai diciotto anni, lavorerà invece come operaio a Parigi. Nel 1907, per sfuggire alla “galera industriale” (come la definirà successivamente), si sposta a piedi fino a Tolone, dove si arruola in Marina. Durante la Grande Guerra, è pilota dello stormo di stanza a Dunkerque, del quale sarà uno dei pochi superstiti. Nel 1917, dopo un accanito studio da autodidatta, viene ammesso alla Scuola di ingegneria meccanica della Marina. Dopo la smobilitazione, inizierà a lavorare come ingegnere aeronautico, esercitando tale professione fino al 1955, anno della pensione. Nel corso del secondo conflitto mondiale, farà parte della rete Brutus della Resistenza francese.
Blanchard fu molto ammirato dai surrealisti – pur non facendo mai parte del gruppo bretoniano – e divenne grande amico di René Char. Ciò nonostante, la sua opera poetica rimane tuttora grandemente misconosciuta.
Le parole che lui stesso ha usato nella postfazione a Pelouses fendues d’Aphrodite (1943) riassumono il rigore e l’intransigenza che lo caratterizzavano: «A partire dai trentasette anni, scrive poesie per guarire. Lo hanno salvato. Istinto di bestia selvaggia, sceglie l’erba che gli confà. Pubblica sette anni dopo. Toccato dalla grande liberazione del surrealismo. Tutto è permesso. Tutti i semi hanno la loro chance, e un giorno il seme dell’albero che canta germinerà. Tutto è possibile, condizione del progresso. Morte allo Stato.».

 

MauriceBlanchard

 

Canto dei primi ardori

Mercanti d’oblio
Venditori d’illusione
L’aria abbrutita
Da uno di quelli che corrono
Verso la morte
In guanti bianchi
Anne Hattaway la bionda
Che perse il suo ago
Tra la segale
Il segreto di William
I tuoi pezzi di carta Blaise
Incollati insieme
Sant’Antonio che rammenda
Le perdizioni
Giove che scaccia le mosche
Con le brame e gli stili
Fuori moda
Issare la croce
Scorreggiare l’amore
Con la pietra e il bronzo
Un milione e settecentomila
Imbecilli
La più bella scultura
È il sampietrino di porfido
Il sampietrino cubico
Il pesante sampietrino che si tira
In faccia agli sbirri
Coi canti e le preghiere
Col sangue il ferro e l’arte
Di servirsene
Nel gran pentolone
La pappa buona
Cantate ghiaccioli
Fischiate sassi
Un buon consiglio
È sugna
Vecchi
Reclamate l’indulgenza
Dei giovani
E vogliate gradire
I sensi
Dei miei più distinti
Ossequi

Malebolge, 1934.

*

Nozze

Vi era stata promessa di matrimonio tra il vento e la neve. La neve e il vento si scambiarono gli anelli e il bastimento, guantato di brina, entrò lentamente nella cerimonia degli amori. Entrò lentamente nella stagione degli intenerimenti.
La felicità resta immobile sulla crema di una nuvola, luce che raggela e rompe. È un cespuglio di gigli con serpenti viola che scivolano tra crepuscolo e mare, che s’insinuano tra l’erba sanguinante del crepuscolo.
La frusta schiocca e lacera la neve del primo amore. Il pasto della fiera si compie nel sangue delle orchidee.

Le Monde qui nous entoure, 1951. Ripresa in: Débuter après la mort, 1977.

*

Cosa resta della fiamma?

Occorre prima scegliere il punto esatto da cui partire. Il resto importa poco.
Non la freccia, bensì l’uccello! Sono un uccello cieco al centro della Terra e non posso scegliere la mia strada. Non c’è alcuna strada.
Nell’andare in cerca dei miei desideri nascosti, mi sono perso. Alberi si piegavano sotto il carico invisibile del vento che passa, alberi si rialzavano, vincitori ancora una volta.
La gioia era negli occhi, la gioia era nell’alleluia del pioppo argentato, questo poeta della foresta i cui specchi, di volta in volta oscuri e luminosi, ritmano la danza del divenire, la ritrovata innocenza.

Terre Brûlée, 1956.

*

La situazione-limite

Maurice-Blanchard2È un frutto che matura lentamente, molto lentamente.
Così lentamente che l’albero muore prima che il frutto maturi, ancor prima d’aver placato la sete del viaggiatore esausto. Gli basta poco: un raggio di sole sull’acqua tremula del pentimento.
Il signor architetto misura la porta, le finestre, l’altezza dei muri e la pendenza del tetto. Lo si onora, il signor architetto, lo si saluta quando passa per strada, col metro in mano e il culo in fondo alla schiena come tutti. Ogni sera un sonno ben misurato lo sopprime.
Io veglio. Il mio lavoro ha bisogno dell’infinito. Sì! Ad ogni istante, mi occorre passare attraverso l’infinito per raggiungere incerte e transitorie piccolezze. È il mio mestiere. Buonasera!

Terre Brûlée, 1956.

 

+ + + + + + + + +

Traduz. di Carmine Mangone. L’opera riprodotta in alto, dal titolo Apparition de la Vierge à une jeune fille de 13 ans, è di Clovis Trouille (1889-1975). Si tratta di uno degli ultimi quadri dell’artista, rimasto incompiuto (1970?).

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 941 follower