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[Estratti da: Carmine Mangone e Giovanna Eliantonio, È ancora presto per l’eternità / La stanza blu, Maldoror Press, ebook, 2011.]



Forse dovremmo interrogarci sulla verità del nostro amore, sul tempo, sulla libertà stessa dell’interrogazione; e invece, giocando al ribasso con le emozioni, non facciamo altro che sminuire il senso della volontà accontentandoci d’un nome di comodo per le nostre incertezze. Abbiamo perso la semplicità dello stare insieme, il senso stesso della condivisione possibile. Ci trastulliamo con il concetto di individualità [o di singolarità] senza metterlo in relazione con ciò che lo eccede, quando è proprio ciò che lo trasmoda a gettarci poeticamente fra le braccia degli altri.

Credetemi… Non ci si merita l’amore ingenuamente. Bisogna dir di sì al puntiglio della tenerezza. Bisogna essere come un treno che trascini davanti a sé anche i binari su cui è già passato. Datemi retta… È un peccato credere nell’aldilà.

La poesia evoca la vittoria sulla necessità; lo stile sovrano del negativo: la cura per il dettaglio, la minuzia, l’azione capitale. E poi?

Come faccio a spiegarti che la poesia è la vita e che l’abbandono è un labirinto? Come farti capire che sei tu stesso il filo d’Arianna che ti chiamerà fuori?…

La poesia, il frammento come sprone, come testimonianza dell’incompiutezza da sanare. Accostamento alla lontananza dell’altro. Creazione dell’incontro. Agnizione, meraviglia.

La morte accade da troppo tempo. Non possiamo non andare controcorrente. «È ridicolo morire» (E.M. Cioran).



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