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Un breve estratto da “In corso d’opera”, la mia postfazione a: André Breton, Paul Éluard, René Char, Rallentare lavori in corso, a cura di Carmine Mangone, edizioni L’Obliquo, Brescia, 2009.



Il movimento Dada, negli anni che vanno dal 1916 al 1922, si era posto come negazione delle ultime propaggini del romanticismo e della cultura razionalista, ma non aveva voluto darsi uno sviluppo programmatico, né tanto meno una pratica coerente che andasse al di là del mero gusto per lo scandalo e la provocazione. La negazione dell’arte e della letteratura “borghesi” aveva finito così per assumere le forme di un’arte negativa – ma che era pur sempre e comunque arte, e quindi pensiero separato, specializzato, circoscritto all’ambito estetico e che istituzionalizzava di fatto la trasgressione – senza porsi il problema di sanare la frattura epocale tra soggetto e oggetto [leggasi: merce] in seno alla civiltà occidentale, né di colmare la distanza fra il mondo della cultura e una società europea ormai sconquassata da crisi, guerre e convulsioni rivoluzionarie.
I surrealisti francesi cercheranno invece coscientemente una ricomposizione in chiave politica dei processi culturali non conformisti, magari santificando Vaché e Sade, appropriandosi di Lautréamont, imbastardendo Rimbaud con Marx, ma se non altro nel tentativo di oltrepassare il momento della negazione in una dinamica politico-culturale tendente a ricollocare unitariamente i vari segmenti di vita dell’uomo moderno (sogno, idee, poesia, amore, ecc.).
Sulla funzione del poeta la posizione teorica dei surrealisti è piuttosto netta: accettando in sostanza le categorie e la gerarchia stabilite da Hegel – secondo il quale la poesia, in quanto unica “arte universale” e “vera arte dello spirito”, prevale su tutte le altre rappresentazioni della vita – l’attività poetica non va subordinata ad alcunché, e men che meno a una qualche azione politica (sia pure rivoluzionaria), pena l’immediato decadimento del poeta a semplice “agente pubblicitario” di questa o quell’idea per conto di una qualsivoglia formazione politica [1]. [Tuttavia questo non impedirà l’abbaglio leninista a cavallo degli anni Trenta e il conseguente, breve flirt con gli stalinisti del PCF.]
La poesia c’è sempre stata e sempre ci sarà, sembrano dirci Breton & C., solo che gli sviluppi della modernità ne hanno fatto un’arma inestimabile per l’espressione della libertà e per la lotta contro ogni autoritarismo. Va strappata pertanto a tutti coloro che cercano d’ingabbiarla in categorie politiche, religiose o meramente letterarie. Per i surrealisti, il poeta si fa dunque rivoluzionario, sia perché ritiene indispensabile una lotta incessante e senza quartiere per l’abbattimento delle strutture autoritarie, sia perché reputa imprescindibile una propagazione del “meraviglioso” e del poetico in tutti gli ambiti del vivere; egli però non dovrà mai confondere le due cose, non dovrà mai creare delle opere di circostanza, delle opere che siano un’eco pedissequa degli avvenimenti sociali e politici, e mai e poi mai dovrà costringersi a limitare o ad impoverire la propria creatività cercando di agganciarla a un idea sommaria della realtà umana.
Il surrealismo storico (1924-1969) cerca quindi di annullare le distanze tra poesia e politica, non riuscendo però, se non a sprazzi, nell’intento di sciogliere criticamente le contraddizioni legate ai diversi ruoli di poeta, intellettuale, militante politico, ecc. Questo, se da un lato ha comportato una gestione quasi schizofrenica dell’espressione poetica rispetto all’auspicata azione sociale del poeta, dall’altro ha fatto sì che permanesse una venatura idealistica nella concezione dell’immagine poetica, percepita a tratti – nel sogno, nel “dettato automatico del pensiero”, nel “caso oggettivo” – come se fosse aprioristicamente neutra e priva di commistioni con la realtà alienante in cui si dibatte l’uomo.
(Con ciò non intendo affermare che il movimento surrealista si sia schierato per una poesia “pura”, autoreferenziale e fine a se stessa – ci mancherebbe altro! –, voglio solo dire che non tutti i suoi membri sono riusciti a sviluppare una pratica coerente svincolandosi da ciò che si può definire ideologia surrealista [2]).
Nel quadro di un mondo che non è stato trasformato in meglio poeticamente, il surrealismo ha fallito gran parte dei suoi obiettivi extra-culturali. E la fine del gruppo bretoniano, con l’affievolimento del rigore critico e certe deviazioni verso l’esoterismo del secondo dopoguerra, testimonia del fatto che ogni manifestazione di rivolta nata in ambito culturale, che non si vota al cambiamento radicale e in meglio del corpo sociale che l’ha generata, si guasta e viene rapidamente recuperata e valorizzata dallo stesso sistema contro il quale essa si schiera nominalmente.


[1] Si veda ad es. il duro attacco sferrato da Benjamin Péret ai poeti francesi della Resistenza con l’opuscolo Il disonore dei poeti (1945), dove Péret difende a spada tratta l’assoluta autonomia dell’atto poetico – e quindi dell’atto creativo in senso lato – anche nei confronti della politica rivoluzionaria: B. Péret, Les Déshonneur des poètes, in Œuvres complètes, tome 7, José Corti, Paris, 1995, pp. 7-12; traduz. italiana in: B. Péret, Sparate sempre prima di strisciare, con “Accompagnamen­to alla lettura” di Carmine Mangone, Nautilus, Torino, 2001, pp. 74-81.

[2] Con “ideologia surrealista” intendo la coscienza deformata di una presunta realtà superiore – la cosiddetta surrealtà – e, allo stesso tempo, i fattori che esercitano di ritorno un’ulteriore azione deformante su tale coscienza, acuendo la perdita di contatto tra la struttura teorica specialistica (che essa crea al fine d’interpretare la realtà) e gli elementi del mondo sensibile che ne restano fuori.


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