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Nel febbraio del ’45, il poeta surrealista Benjamin Péret riprende e mette a fuoco alcuni spunti critici già tratteggiati negli anni precedenti e pubblica in Messico, dov’era in esilio, il pamphlet Les Déshonneur des poètes.
L’opuscolo, in realtà, viene stampato a Parigi per interessamento dell’editore K, che però sceglie di restare anonimo in via precauzionale. E il motivo risulta subito evidente, una volta letto lo scritto: Il disonore dei poeti è infatti tutto incentrato su una feroce critica dei poeti francesi della Resistenza, i quali avevano pubblicato un’antologia anonima nel 1943 per le Éditions de Minuit intitolata L’Honneur des poètes. Quest’antologia era stata poi ripubblicata l’anno seguente a Rio de Janeiro con i veri nomi degli autori, tra cui spiccavano Paul Eluard, Louis Aragon, Georges Hugnet, Francis Ponge, Pierre Emmanuel e Loÿs Masson. Ed è proprio l’uscita dall’anonimato degli autori, e la presenza predominante degli ex surrealisti Aragon e Eluard, a spingere probabilmente Péret alla durissima presa di posizione nei loro confronti. Le poesie incluse nell’Onore dei poeti sono viste da Péret come un vero e proprio affronto all’irrinunciabile autonomia dell’atto poetico. Gli autori antologizzati sono colpevoli, ai suoi occhi, d’essersi conformati alle direttive culturali staliniste del partito comunista francese vaticinando spudoratamente su nazione, patria, dio, ecc., e per di più riutilizzando stilemi formali ormai abusati come rime e alessandrini. Il che è davvero troppo per un sovversivo come Péret.

Lo scritto appare sicuramente datato e impreciso sotto diversi aspetti. C’è ad esempio, a mio avviso, un malcelato idealismo di fondo (assai bizzarro per un marxista come Péret) che pone la poesia, non si sa come, al vertice o alla base delle attività umane storicamente determinate, anzi, vedendola addirittura come l’essenza stessa della realtà (?!).
Non si comprende poi come dovrebbe estrinsecarsi l’azione rivoluzionaria del poeta o come potrebbe mai agire la poesia scritta all’interno dei flussi sovversivi che nascono dai rapporti concreti del “mondo”. Il poeta non dà indicazioni al riguardo o rimane sul vago. Inoltre, nella sua esposizione, non si tira mai fuori da ruoli ormai convenzionali e che appaiono troppo rigidi, ruoli che già negli anni Trenta avevano mostrato irrimediabilmente la corda, anche all’interno del surrealismo storico (per dipanare alcune perplessità, o per infittirle, dovremo forse aspettare il 2016, quando finalmente si potrà leggere l’enorme epistolario tra Breton e Péret, corpus legato ancora per qualche anno a precisi vincoli testamentari e che potrebbe illuminarci sul dibattito interno al gruppo francese).
Detto questo, e rimarcando che l’opuscolo uscì quando il secondo conflitto mondiale non si era ancora concluso, la critica di Péret nei confronti della poesia “sociale” o engagée rimane ancora puntuale, attuale e può essere addirittura applicata ad opere antecedenti (avete presente il pessimo Lenin di Majakovskij?).
Ecco il senso della mia riproposizione e di questa versione integrale in italiano. [Carmine Mangone, nota del 14 gennaio 2012.]


Se si cerca il significato originale della poesia, oggi dissimulato sotto i mille orpelli della società, si constata che essa è l’autentico soffio dell’uomo, la sorgente d’ogni conoscenza e questa stessa conoscenza nel suo aspetto più puro. In essa, si condensa l’intera vita spirituale dell’umanità da quando ha cominciato a prendere coscienza della propria natura; in essa ora palpitano le sue più grandi creazioni e, terra sempre feconda, conserva perpetuamente i cristalli trasparenti e i raccolti di domani. Nume tutelare dai mille volti, la si chiama qui amore, là libertà, altrove scienza. Essa rimane onnipotente, ribolle nel canto mitico dell’eschimese, rifulge nella lettera d’amore, mitraglia il plotone d’esecuzione che fucila l’operaio esalante un ultimo soffio di rivoluzione sociale – ossia di libertà –, scintilla nella scoperta dello scienziato, s’indebolisce, esangue, sin nelle più stupide produzioni che si appellano ad essa e il suo ricordo, elogio che vorrebbe essere funebre, traspare ancora nelle parole mummificate del prete, suo assassino, che il fedele ascolta cercandola, cieco e sordo, nella tomba del dogma dove essa non è più che polvere fallace.
I suoi innumerevoli detrattori, veri e falsi preti, più ipocriti dei sacerdoti di tutte le chiese, falsi testimoni di tutti i tempi, l’accusano di essere un mezzo d’evasione, di fuggire la realtà, come se essa non fosse la realtà stessa, la sua essenza e la sua esaltazione. Ma incapaci di concepire la realtà nel suo insieme e nelle sue complesse relazioni, essi la vogliono vedere soltanto nel suo aspetto più immediato e sordido. Non vedono che l’adulterio senza mai conoscere l’amore, l’aereo da bombardamento senza ricordare Icaro, il romanzo d’avventure senza comprendere l’aspirazione poetica costante, elementare e profonda che ha la vana ambizione di soddisfare. Disprezzano il sogno a favore della loro realtà, come se il sogno non fosse uno dei suoi aspetti e il più sconvolgente, esaltano l’azione a scapito della meditazione come se la prima senza la seconda non fosse uno sport, insignificante come tutti gli sport. Un tempo, opponevano lo spirito alla materia, il loro dio all’uomo; oggi difendono la materia contro lo spirito. In verità, se la prendono con l’intuizione a vantaggio della ragione, senza ricordarsi da dove scaturisce questa stessa ragione.
I nemici della poesia hanno sempre avuto l’ossessione di sottometterla ai loro fini immediati, di schiacciarla sotto il proprio dio o, in questo momento, d’incatenarla al plauso della nuova divinità bruna o “rossa” – rosso-bruna di sangue rappreso – ancora più sanguinosa dell’antica.
Per loro, la vita e la cultura si riassumono in utile e inutile, essendo sottinteso che l’utile prende la forma di un piccone maneggiato a loro vantaggio. Per loro, la poesia non è che il lusso del ricco, aristocratico o banchiere e che, se vuole rendersi «utile» alla massa, deve ridursi al livello delle arti «applicate», «decorative», «domestiche», ecc.
Istintivamente, sentono tuttavia che essa è il punto d’appoggio invocato da Archimede e temono che, una volta sollevato, il mondo ricada loro in testa. Da qui la volontà di svilirla, di levarle ogni efficacia, ogni valore d’esaltazione, dandole il ruolo ipocritamente consolante di una dama di carità.
Ma il poeta non deve far sì che gli altri nutrano un’illusoria speranza umana o celeste, né disarmare gli spiriti infondendo loro una fiducia illimitata in un padre o in un capo contro il quale ogni critica diventa sacrilegio. Al contrario, è suo il compito di pronunciare parole sempre sacrileghe e blasfemie permanenti. Il poeta deve innanzi tutto prendere coscienza della sua natura e del proprio ruolo nel mondo. Inventore per il quale la scoperta è solo il mezzo per raggiungere una nuova scoperta, deve combattere senza tregua gli dei paralizzanti, accaniti a mantenere l’uomo schiavo delle potenze sociali e della divinità che si completano reciprocamente. Egli sarà dunque rivoluzionario, ma non di quelli che si oppongono al tiranno di oggi, nefasto ai loro occhi perché non serve i loro interessi, per vantare l’eccellenza dell’oppressore di domani del quale si sono già costituiti servitori. No, il poeta lotta contro ogni oppressione: innanzi tutto quella dell’uomo sull’uomo, e poi quella del suo pensiero da parte dei dogmi religiosi, filosofici o sociali. Egli lotta perché l’uomo raggiunga una conoscenza sempre perfettibile di sé e dell’universo. Ciò non significa che egli desideri mettere la poesia al servizio di un’azione politica, fosse pure rivoluzionaria. La sua qualità di poeta ne fa in ogni caso un rivoluzionario che deve combattere su tutti i terreni: su quello della poesia, con i mezzi che le sono propri, e su quello dell’azione sociale, senza mai confondere i due campi per non rischiare di ristabilire la confusione che bisogna dissipare e cessare così d’essere poeta e quindi rivoluzionario.

Le guerre, come quella che subiamo, sono possibili solo col favore di una convergenza di tutte le forze regressive e significano, tra l’altro, un arresto dello sviluppo culturale, messo in scacco dalle forze reazionarie per le quali la cultura era una minaccia. Ciò è troppo evidente perché vi s’insista. Da questa disfatta provvisoria della cultura deriva fatalmente un trionfo dello spirito della reazione e, soprattutto, dell’oscurantismo religioso, coronamento necessario di tutte le reazioni. Bisognerebbe risalire molto indietro nella storia per trovare un’epoca in cui Dio, l’Onnipotente, la Provvidenza, ecc., siano stati così frequentemente invocati dai capi di Stato a loro vantaggio. Churchill non pronuncia quasi nessun discorso senza assicurarsi la loro protezione, Roosevelt fa altrettanto, De Gaulle si pone sotto l’egida della croce di Lorena, Hitler invoca ogni giorno la Provvidenza e i metropoliti d’ogni specie ringraziano da mane a sera il Signore del favore staliniano. Il loro atteggiamento, lungi dall’essere una manifestazione insolita, consacra un movimento generale di regressione nel momento stesso in cui mostra il loro panico. Durante la precedente guerra, i preti di Francia dichiaravano solennemente che Dio non era tedesco, mentre dall’altra parte del Reno i loro confratelli reclamavano per lui la nazionalità germanica, e mai le chiese di Francia hanno conosciuto tanti fedeli come per esempio dall’inizio delle presenti ostilità.
Da dove viene questa rinascita del fideismo? Innanzi tutto dalla disperazione scatenata dalla guerra e dalla miseria: l’uomo non vede più nessuna via d’uscita sulla terra alla sua orribile situazione o non la vede ancora e cerca in un cielo illusorio una consolazione ai suoi mali materiali che la guerra ha aggravato in proporzioni inaudite. Nondimeno, nell’epoca instabile chiamata pace, le condizioni materiali dell’umanità, che avevano destato l’illusione consolatrice della religione, sussistevano, benché attenuate, e reclamavano imperiosamente una soddisfazione. La società assisteva alla lenta dissoluzione del mito religioso senza potergli sostituire altro che delle saccarine civiche: la patria o il  capo.
Alcuni, di fronte a questi ersatz, che favoriscono la guerra e le condizioni del suo sviluppo, senz’altra risorsa che un ritorno alla fede religiosa pura e semplice, restano disorientati. Altri, stimandoli insufficienti e desueti, hanno cercato sia di sostituirli con nuovi miti, sia di rigenerare quelli vecchi. Da qui l’apoteosi generale, nel mondo, del cristianesimo da un lato e della patria e del capo dall’altro. Ma la patria e il capo, come la religione, della quale sono al tempo stesso fratelli e rivali, oggi non hanno altro mezzo per regnare sugli spiriti che la costrizione. Il loro attuale trionfo, frutto di un riflesso da struzzo, lungi dal significare la loro splendente rinascita, ne presagisce la fine imminente.
Questa resurrezione di Dio, della patria e dell’autorità è anche il risultato di un’estrema confusione degli spiriti generata dalla guerra e mantenuta dai suoi beneficiari. Di conseguenza, il fermento intellettuale nato da questa situazione, nella misura in cui ci si abbandona alla corrente, resta interamente regressivo, minato da un coefficiente negativo. I suoi prodotti risultano reazionari, siano essi «poesia» di propaganda fascista, antifascista o di esaltazione religiosa. Afrodisiaci per vecchi, rendono alla società solo un vigore fugace per meglio colpirla. Questi «poeti» non hanno nulla da spartire con il pensiero creativo dei rivoluzionari francesi dell’anno II o della Russia del 1917, né con quello dei mistici o degli eretici del Medioevo, perché essi sono preposti a suscitare nelle masse un’esaltazione fittizia, laddove quei rivoluzionari e mistici erano il prodotto di un’esaltazione collettiva reale e profonda che veniva tradotta dalle loro parole. Queste esprimevano quindi il pensiero e la speranza di tutto un popolo imbevuto dello stesso mito o animato dallo stesso slancio, mentre la «poesia» di propaganda cerca di ridare un po’ di vita ad un mito agonizzante. I cantici civili hanno la stessa virtù soporifera dei loro modelli religiosi da cui ereditano direttamente la funzione conservatrice, perché, se la poesia mitica e poi mistica crea la divinità, il cantico la sfrutta. Allo stesso modo, il rivoluzionario dell’anno II o del 1917 crea la società nuova, mentre il patriota e lo stalinista di oggi ne approfittano.
Confrontare i rivoluzionari dell’anno II e del 1917 con i mistici del Medioevo non equivale a porli sullo stesso piano ma, tentando di far scendere sulla terra il paradiso illusorio della religione, i primi mostrano processi psicologici simili a quelli che si scoprono nei secondi. Bisogna inoltre distinguere i mistici che tendono, loro malgrado, al consolidamento del mito e che così preparano involontariamente le condizioni che porteranno alla sua riduzione in dogma religioso, dagli eretici il cui ruolo intellettuale e sociale è sempre rivoluzionario perché rimette in discussione i principi che permettono al mito di mummificarsi nel dogma. In effetti, se il mistico ortodosso (ma si può parlare di mistico ortodosso?) traduce un certo conformismo relativo, l’eretico esprime al contrario un’opposizione alla società in cui vive. Dunque i preti sono da considerare alla stessa stregua degli attuali difensori della patria e dell’autorità, poiché sia i primi che i secondi hanno la stessa funzione parassitaria nei confronti del mito.
Come esempio di ciò che precede, voglio prendere un piccolo opuscolo apparso recentemente a Rio de Janeiro: L’Onore dei poeti, che comprende una scelta di poesie pubblicate clandestinamente a Parigi durante l’occupazione nazista. Non una di queste «poesie» supera il livello lirico della pubblicità farmaceutica, e non è un caso se la stragrande maggioranza degli autori si è creduta in dovere di tornare alla rima e all’alessandrino classico. La forma e il contenuto mantengono necessariamente tra loro un rapporto strettissimo e in questi «versi» reagiscono una sull’altro in una corsa sfrenata alla peggiore reazione. È significativo, infatti, che la maggior parte di questi testi associ strettamente il cristianesimo e il nazionalismo come se volessero dimostrare che dogma religioso e dogma nazionalista hanno un’origine comune e un’identica funzione sociale. Il titolo stesso dell’opuscolo, L’Onore dei poeti, se considerato rispetto al suo contenuto, assume un senso estraneo ad ogni poesia. In definitiva, l’onore di questi «poeti» consiste nel cessare d’essere poeti per diventare agenti pubblicitari.
In Loys Masson, l’unione religione-nazionalismo comporta una dose maggiore di fideismo che di patriottismo. Infatti, egli si limita a ricamare sul catechismo:

Cristo, da’ alla mia preghiera d’attinger forza alle radici profonde
Dammi di meritare la luce della donna che ho al mio fianco
Che io vada senza debolezze verso quel popolo delle prigioni
Che lei bagna dei suoi capelli come Maria.
So che dietro le colline avanza il tuo passo ampio.
Sento Giuseppe d’Arimatea sgranare le spighe dell’estasi sul Sepolcro
e la vite cantare tra le braccia rotte del ladrone in croce.

Io ti vedo: non appena tocca il salice e la pervinca
la primavera si posa sulle spine della corona.
Esse ardono:
Fiaccole di liberazione, fiaccole pellegrine
ah!  che ci trapassino e ci consumino
se è loro il cammino che porta alle prigioni.

Il dosaggio è più uniforme in Pierre Emmanuel:

Oh Francia veste lacera della fede
insozzata  dai piedi dei traditori e dagli sputi
Oh veste di soave alito che rompe
la voce ferocemente tenera degli ingiuriosi
Oh veste del più fine lino della speranza
Tu sei sempre l’unico abito di quelli
che conoscono il pregio d’esser nudi davanti a Dio…

Abituato agli amen e all’incensiere stalinisti, Aragon non riesce tuttavia ad unire bene quanto i precedenti Dio e la patria. Non ritrova il primo, se così posso dire, che per la tangente, e ottiene un testo che farebbe impallidire l’autore del ritornello radiofonico francese: «Un meuble signé Lévitan est garanti pour longtemps» [Qualcosa del tipo: Un mobile firmato Lévitan / è garantito per un tempo assai gran; N.d.T.].

Era un tempo di sofferenza
Quando Giovanna venne a Vaucouleurs
Ah! fatta a pezzi è la Francia
Il giorno aveva questo pallore
Io resto re del mio dolore

Ma è a Paul Eluard, il solo ad essere stato poeta tra tutti gli autori di questo libricino, che si deve la litania civica più riuscita:

Sul mio cane ghiotto e tenero
Sulle sue orecchie ritte
Sulla sua zampa maldestra
Io scrivo il tuo nome

Sullo scalino del mio uscio
Sugli oggetti familiari
Sulla vampa del fuoco benedetto
Io scrivo il tuo nome…

È il caso di osservare, per inciso, che la litania affiora nella maggior parte di queste «poesie», senza dubbio per l’idea di poesia e di lamento che essa implica e per il gusto perverso della sofferenza che la litania cristiana tende ad esaltare in vista di una felicità celeste. Anche Aragon e Eluard, una volta atei, si credono tenuti, l’uno ad evocare nelle sue produzioni i «santi e i profeti», «il sepolcro di Lazzaro», l’altro a ricorrere alla litania, senza dubbio per obbedire alla famosa parola d’ordine «i preti con noi».
In realtà, tutti gli autori dell’opuscolo partono, senza ammetterlo né confessarselo, da un errore di Guillaume Apollinaire aggravandolo ancor più. Apollinaire aveva voluto considerare la guerra come un soggetto poetico. Ma se la guerra, in quanto lotta, liberata da ogni spirito nazionalista, può a rigore rimanere un soggetto poetico, questo non può essere ridotto ad una parola d’ordine nazionalista, neanche se la nazione, come la Francia, sia oppressa selvaggiamente dai nazisti. L’espulsione dell’oppressore e la propaganda in questo senso spettano all’azione politica, sociale o militare, a seconda che si consideri quest’espulsione in un modo o nell’altro. In ogni caso, la poesia non deve intervenire altrimenti nel dibattito che con la sua propria azione, col suo stesso significato culturale, liberi i poeti di partecipare come rivoluzionari alla disfatta dell’avversario nazista con metodi rivoluzionari, senza mai dimenticare che questa oppressione corrisponde al desiderio, confessato o meno, di tutti i nemici – sia nazionali che stranieri – della poesia intesa come liberazione totale dello spirito umano, perché, parafrasando Marx, la poesia non ha patria, dal momento che è di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
Ci sarebbe ancora molto da dire sulla libertà evocata così spesso nelle pagine di quest’opuscolo. Innanzi tutto, di che libertà si tratta? Della libertà per una minoranza di schiacciare la maggioranza della popolazione o della libertà per questa popolazione di aver ragione di quei pochi privilegiati? Della libertà per i credenti di imporre il loro Dio e la loro morale all’intera società, o della libertà per questa società di rifiutare Dio, la sua filosofia e la sua morale? La libertà è come un «circolo d’aria», diceva André Breton, e per adempiere il suo compito, questo «circolo d’aria» deve innanzi tutto cacciar via tutti i miasmi del passato che infestano questo opuscolo. Finché i fantasmi malevoli della religione e della patria invaderanno l’area sociale e intellettuale sotto una qualche maschera presa in prestito, nessuna libertà sarà concepibile: la loro espulsione preventiva è una delle condizioni principali per l’avvento della libertà. Ogni «poesia» che esalta una «libertà» volutamente indefinita, quando non addirittura rivestita d’attributi religiosi o nazionalisti, cessa di essere poesia e di conseguenza costituisce un ostacolo alla liberazione totale dell’uomo, perché lo inganna mostrandogli una «libertà» che cela nuove catene. Per contro, da ogni autentica poesia si sprigiona un soffio di libertà piena e attiva, anche se questa libertà non è evocata sotto il suo aspetto politico e sociale, e contribuisce perciò alla liberazione effettiva dell’uomo.

(“Le Déshonneur des poètes”, in: Benjamin Péret, Œuvres Complètes, tome 7, José Corti, Paris, 1995, pp. 7-12. Traduzione di Carmine Mangone.).



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