Tendere un pensiero e toccarti. Armeggiare con l’abitudine e ritrovarti immersa in ogni angolo del giorno. L’effusione è questo generoso scivolamento verso la semplicità dei gesti. Pienezza senza distanze e che taglia in due il corso dei corpi.

A tempesta iniziata, il vento rastrella tutte le ombre. Di sorte in sorte, non ci resta che il paradosso di radicarci nel nostro stesso movimento.

Le tue mani sono radici che non trovano pace. Affondano nell’istante senza nome e nutrono la confusione leale della Terra. – Ti prego di notare l’incidenza delle congiunzioni: le parole e le pretese e la durata. L’amor nostro rimbalza contro questo muro di gomma, fa le boccacce ai passanti e se la svigna ridendo fra i vicoli dell’incertezza.

Perché adeguarsi ai clamori del verde? La primavera è sempre incidentale, ai tuoi occhi di leonessa indomabile.

M’e miso l’ammore miez’o pane e m’hai arrevutat‘a vocca.

Vedo precisarsi un’intimità, una violenza. Di movimenti cogenti, serrati, non conciliabili con la direzione che prenderebbe il destino, almeno finché l’amore è ciò che si riconosce in quanto tale.
Quest’intimità, in cui s’affrontano contraddittoriamente antagonismi e cortesie, splendori e vaticinî sull’impossibile, trova il suo culmine nel rovesciamento che dispiega l’amore stesso portandolo all’esterno della mente, in balìa delle contestazioni, frutto ormai maturo e che fa per sciogliersi alla fame della terra.

Muoversi, creare consonanze, restando infedeli alle direzioni della morte.


20-21 marzo 2012

[Foto: Donatella Vitiello, triple me.]



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