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Dacché ci sono uomini che pensano – e quest’apparato simbolico che essi vanno producendo s’incolla ai corpi e alle cose del mondo –, la loro vita rimane uno dei maggiori argomenti di conversazione, soprattutto se non si abbia niente di meglio da vivere.

 
Partire dalle radici per giungere sino all’apice delle foglie. E poi tornare, senza posa, al seme, al balbettamento puerile: verso l’orizzontalità sempre in divenire del mondo.
Il mio non è un banale prender parte dentro una direzione (un fine), bensì un riconoscersi ad ogni tappa, dentro ogni passo, cercando il giusto andamento per sé e con l’esistente intorno a sé.
Non è neanche un chiuder cerchi; anche perché la chiusura – qualsiasi chiusura – implicherebbe qui una limitazione del proprio percorso, una curvatura forzosa, un logico asservimento ai numeri. – Quantunque la matematica ci abbia anche dimostrato che π [pi greco] sia un numero trascendente, ossia non algebrico, il che, in parole povere, rende del tutto impossibile ogni quadratura del cerchio.
 

Partire dalle radici, quindi, muovendosi però anche con le radici, e arrivando perfino a sradicarle, se ciò apparisse necessario allo sviluppo della propria unicità. D’altronde, potremmo mai conquistarci un certo grado di dimestichezza con l’esistente se non ci rapportassimo fin dall’inizio con l’essenziale che ci muove?
I viventi nascono quasi tutti da un seme, e da una conseguente seminagione, inseminazione; nascono cioè grazie ad un tramite anch’esso vivo. In seguito, però, si allontanano da esso, progressivamente o a sbalzi, imparando a costruire giorno dopo giorno una propria “qualità” (che io chiamo unicità), per merito innanzitutto delle proprie “radici”, ma non sempre ancorandosi strettamente ad esse.
Ci sarebbe poi molto da dire su ciò che spesso si chiama “vita” quasi solo per una stolta abitudine, e che, in realtà, va riproducendo sempre più una sua versione depressa e autistica, vero tradimento di ogni possibile significato concretamente vivo di questo corpo che ci porta.
Diciamolo: molti umani sono ormai come tanti buchi neri “tascabili”; inghiottono tutto ingloriosamente, anche la luce che gli è stata data in sorte, e passano su questa Terra senza picchi, senza inciampi, saldamente ancorati ad un terrain vague della mente e del cuore dove cessa ogni differenza, ogni piega, ogni concatenamento sensato o insensato che sia.
 

La radicalità è un’idea. Un’idea da combattimento che dovrebbe tenerci coi piedi ben piantati per terra. In realtà, ciò che si definisce radicalità non concerne soltanto l’intrico delle radici – ossia le essenze di un dato ente –, né può credere di attecchire dentro una qualche durata fissandosi ad un preciso lembo di terra. Non si può confondere infatti l’idea della radicalità con la stanzialità di una forma-di-vita o di un pensiero. C’è una profondità che deve giocarsi in orizzontale, da vivente a vivente, da relazione a relazione, unendo le regole del gioco senza mai ingabbiarle in una Legge. [Il gioco implica sempre un rigore, una logica dei movimenti che non viene vissuta come autoritaria, se si resta beninteso in uno spazio di condivisione delle regole. Ci si può d’altronde sottrarre al gioco in ogni momento senza per questo negarne i fondamenti, quando ciò non vada a discapito degli altri giocatori.].
Una profondità in ogni direzione, ecco il senso della radicalità. Cercare l’essenza del profondo in ogni senso. Spingersi ai limiti del possibile, e ricreare o ridurre poco alla volta l’impossibile, senza subordinarsi agli estremi toccati.
Radicalità non è sinonimo di estremismo. La tensione verso una profondità onnidirezionale – in un movimento senza “direzione”, senza subordinazione – non va confusa con la rigidità di un pensiero che diventa stanziale arroccandosi intorno alle sue conquiste o alle sue pretese più avanzate.
L’estremismo celebra la propria adiacenza agli estremi del pensiero e vi si àncora. Così facendo, le radici e gli apici delle foglie restano senza comunicazione, la via è interrotta, si dà quindi un’importanza preminente agli estremi dell’esistente o del possibile, ma senza un reale movimento fra di essi.
Detto questo, la radicalità è autentica solo quando non produce un radicalismo che confonda radici e rami, terra e cielo, vita e morte; cioè solo quando il suo pensiero rimane essenziale senza farsi inoppugnabile e dato una volta per sempre.
All’opposto, l’estremismo ha sempre una valenza politica – è sempre politico – perché vincola le relazioni tra i viventi ad una causa degli estremi.
L’estremo è un punto, un cerchio, una geometria autoritaria.
Tanto per fare un esempio: il concetto moderno (e borghese) di libertà conduce puntualmente ad isolare alcuni punti della questione e a separarli dalla condizione generale della libertà. L’isolamento e la separazione del concetto di libertà portano di sovente e invariabilmente a qualche forma di estremizzazione. Al contrario, un concetto come quello di unicità (mutuato da Max Stirner, ma sfrondato del nominalismo hegeliano che si ritrova a profusione in L’unico e la sua proprietà), spazza via ogni tentativo di fissarsi su un punto della propria libertà o delle concezioni sociali ipostatizzate a partire dalla propria idea di libertà.

 
L’unicità è la grande eventualità sempre in divenire delle proprie qualità di vivente. Non ha aggettivi, non è “posseduta” da alcuna definizione. È la tensione che si fa amicizia verso il mondo. È il movimento stesso del vivente che combatte gioiosamente per spingere più in là, giorno dopo giorno, il muro di questo vicolo cieco che si chiama mortalità.
La gioia, signori e signore. Che ci sia sempre gioia nel sorriso che resiste, nel soffio che ritma l’azione, sulla punta delle nostre spade!

 
Quando io parlo di unicità, intendo la singolarità delle forze coerenti che danno forma e sostanza al mio mondo di pensieri e alle mie relazioni col mondo. Però non dico banalmente (con Stirner): io sono unico. – La mia unicità non è un bunker, non è un principio di fede, non è “una volta per tutte”. Dico invece: io vivo la mia unicità, mi metto al mondo attraverso di essa, la incorporo e scorporo in me senza posa (soprattutto grazie agli affetti che ho scelto, da cui sono scelto) e ne faccio un ponte verso l’unicità delle forme-di-vita che mi circondano.
Possedere il movimento, la tensione creatrice della propria unicità – ecco l’essenziale – perché l’unicità non è un concetto o una zavorra narcisistica, bensì un flusso di relazioni, un concatenamento di facoltà, una scintilla che corre incontro al suo incendio riverberando mille fuochi.

 
Le radici sono solo una parte del problema. Gli estremi non esistono o esistono solo in un pensiero ideologico del limite. La parola “radicalità” è insufficiente. Bisogna portarsi dietro anche le radici. Bisogna fare del fuoco una miriade di spore. E bisogna farlo sorridendo al destino che era nel seme e che sarà anche nel vento che bacchia i rami più duri.

Marzo-aprile 2012



L’illustrazione è un quadro del surrealista inglese Roland Penrose: Octavia, 1939.

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