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0080L’economia è la parte visibile della merce, la parte visibile di un mondo in cui sono le cose a praticare l’umanità, a praticare lo scambio universale per mezzo degli uomini. La parte invisibile del mondo è il silenzio degli uomini. La parte reale di questo mondo non è la parte visibile, ma la parte invisibile*. In questo mondo, la realtà non è il vantaggioso chiacchiericcio delle merci, ma il silenzio degli uomini. Così, in questo mondo, il vero non è che un momento del falso. L’economia non è altro che lo spettacolo delle avventure borghesi del mondo. Il fine della borghesia è di ridurre il mondo alla sua sola parte visibile e irreale. Essa intende appassionare le folle con lo spettacolo delle sue avventure. La crisi economica non è altro che lo spettacolo dell’insoddisfazione, dell’insoddisfazione dei possessori di questo mondo. Sono scontenti di questo mondo e glielo fanno sapere. Siccome è sempre più evidente che la miseria propriamente umana è il momento reale del mondo, la borghesia, dando spettacolo delle proprie disgrazie (e non della disgrazia del mondo), intende dimostrare la realtà economica del mondo con questo sofisma: poiché l’azione economica della borghesia non riesce a padroneggiare il mondo, ciò costituisce la prova che la realtà del mondo è economica e che il dominio di questa realtà richiede un rafforzamento dell’azione economica della borghesia**. Poiché la realtà del mondo è economica e visto che la borghesia, il denaro, lo Stato fanno tanta fatica a dominarla, ecco la prova della loro necessità. Chi dunque sarebbe in grado di dominare ciò che la borghesia non può dominare con così grandi mezzi? La borghesia trae nuovo vigore dallo spettacolo della propria impotenza e della propria ignoranza. Più il suo pensiero e la sua azione si rivelano impotenti, più si rivelano necessari. Oggi, appare sempre più chiaro che non soltanto nessuna crisi dell’azione e del pensiero borghesi può causare una rivoluzione reale del mondo (benché tali crisi siano perfettamente in grado di causare una distruzione reale del mondo), ma che la crisi economica è l’arma migliore della borghesia per mascherare la sua vera disgrazia, per mascherare il vero limite della merce. L’alienazione è la vera crisi del mondo. L’alienazione è la vera disgrazia del mondo. L’alienazione è anche la vera disgrazia della borghesia ed il vero limite della merce. Mentre la borghesia può sempre opporre una nuova azione alla crisi della sua azione (salvo che nel frattempo non distrugga il pianeta), essa non può opporre nulla, mai, all’alienazione prodotta realmente dalla sua azione. L’alienazione è la vera conseguenza della sua azione e questa conseguenza non fa parte della sua azione. La borghesia non può che opporle lo spettacolo delle crisi della sua azione, un diversivo, un’azione su un altro terreno, un’azione ritardatrice. Non può che distogliere ancora per un po’ l’attenzione dalla sua vera disgrazia, che è anche la vera disgrazia del mondo. La vera disgrazia del pensiero borghese è che i rapporti mercantili, la merce, sono assenza totale di rapporti umani. Nell’alienazione, i rapporti umani non sono inesistenti, sono assenti. Sono realizzati, sono universalmente realizzati, ma come attività delle cose, come spettacolo. Così, l’impotenza del pensiero e dell’azione borghesi non è la sua impotenza nel dominare un «sistema economico», nel dominare la CAPT_INAUGURATION_PROTESTS_2raccolta mondiale e la produzione mondiale dei rifiuti. Al contrario, tale impotenza è lo spettacolo della sua impotenza, la menzogna organizzata della sua vera impotenza. L’impotenza reale del pensiero e dell’azione borghesi è la loro impotenza ad umanizzare il mondo, la loro impotenza nell’impedirsi di produrre – e questa è la loro vera produzione – sempre più inumanità, sempre più merci, cioè sempre più, non inesistenza di rapporti umani, ma assenza di rapporti umani, spettacolo di rapporti umani come rapporti reali tra cose. L’impotenza reale della borghesia è la sua impotenza ad impedire che i rapporti umani emigrino sempre più nelle cose e che, così facendo, si generalizzino come spettacolo mondiale del mondo, spettacolo universale dell’universalità. Il nemico ha iniziato la sua campagna di Russia. Si avventura sempre più in profondità nelle steppe desolate dell’idealismo assoluto, sempre più lontano dalle sue basi materiali. Al suo passaggio, suscita ovunque una sete di realtà senza precedenti. La vera disgrazia del pensiero borghese è anche il vero limite della merce. Il vero limite della merce, è il proletariato. Il proletariato che diventa sempre più il vero proletariato, sempre più vero come proletariato, sempre più la vera negazione del pensiero, la vera negazione dell’umanità. Il proletariato è la vera disgrazia del pensiero borghese. Il proletariato è la condizione sempre fondamentalmente inumana dei proletari. Il vero limite della merce, è essa stessa come divenir mondo della merce. Il proletariato è la merce divenuta insopportabile per una ragione fondamentale, la merce divenuta insopportabile perché è la merce. Il vero limite della merce, è l’insoddisfazione del proletario. Non l’insoddisfazione mistificata del coglione di base, insoddisfatto per la cattiva raccolta dei rifiuti, per il pericolo che tali rifiuti fanno correre alla sua razza di pidocchi e apparentemente soddisfatto d’essere un pidocchio; ma l’insoddisfazione fondamentale del proletario, dell’uomo che si sa proletario, del proletario che s’indigna per l’umanità che gli viene scientemente negata, il proletario insoddisfatto della merce, il proletario insoddisfatto del proletariato. Si comprende perfettamente perché la borghesia, di fronte a questa ragione unica, centrale, universale, voglia assolutamente rendere inabitabile questo mondo grazie ad uno stuolo di ragioni di dettaglio, ivi comprese le ragioni «economiche», che non sono mai altro se non un modo di considerare la totalità come un dettaglio. E si comprende anche come pretenda di porvi rimedio con nuovi dettagli, con «buone» merci (la merce «buona» è il cavallo di battaglia del vaneigemismo di Stato). La soppressione dell’alienazione, la realizzazione della ricchezza, la realizzazione della merce, non seguono altro percorso che quello dell’alienazione. Tutto ciò che si scosta da questa via, tutto ciò che ci invita a scostarci da questo percorso – per esempio lo spettacolo delle disgrazie della borghesia – è un fattore di barbarie, fattore atto a distrarre il proletario dalla sua miseria fondamentale. Dopo due secoli di guerra sociale, il nemico è diventato maestro nelle manovre diversive. Di fronte alla realizzazione sempre più completa della vera miseria, della miseria essenzialmente umana: l’esplicita privazione di umanità, il nemico può solo ingaggiare un combattimento di retroguardia, può solo tentare di distrarre le masse dei proletari con nuovi spettacoli e nuove messe in scena sempre più mondiali.

Jean-Pierre Voyer, Une Enquête sur la nature et les causes de la misère des gens, Editions Champ Libre, Parigi 1976 (paragrafo 20). Traduzione di Carmine Mangone.

(*) Il mondo visibile è divenuto letteralmente utopico – Utopia, parola coniata da Tommaso Moro, dal greco u, non, e topos, luogo, ossia “luogo che non esiste” (Dauzat/Larousse). Il mondo che si vede, la gioiosa animazione dei portatori di merci, non esiste strattamente in nessun luogo, se non nel pensiero borghese, il quale si trova evidentemente anche in teste non borghesi. Al contrario, ciò che è reale, ciò che esiste ovunque, è il mondo che non si vede, l’infelicità onnipresente e illimitata. Questo mondo è quindi un Geisterwelt, mondo dei fantasmi e mondo invisibile, in cui ciò che è visibile è fantomatico e ciò che è reale è invisibile; e non un Weltgeist, uno spirito mondiale.

41(**) Il fatto che le crisi economiche siano accettate dalle masse come crisi del mondo, ha per effetto che l’azione della borghesia non venga conosciuta come azione di dominio di una parte del mondo sul resto del mondo, come pretesa d’un dettaglio alla totalità, dittatura del dettaglio; ma come azione legittima, scientifica. Se l’economia è la realtà del mondo, allora l’azione e il pensiero borghesi sono l’azione e il pensiero richiesti dal mondo, così come l’azione e il pensiero del fisico sono il pensiero e l’azione richiesti dal mondo fisico, il pensiero e l’azione che l’esperienza non smentisce (l’azione della borghesia è l’azione che non viene smentita dai proletari). Se le crisi economiche sono delle crisi del mondo, allora il mondo è economico, allora l’economia è la realtà del mondo, allora l’azione e il pensiero della borghesia sono l’azione e il pensiero richiesti, allora la borghesia, il denaro e lo Stato sono necessari, allora nel mondo non esiste più il minimo spazio per il negativo, per lo spirito, per un pensiero ed un’azione che non siano quelli della borghesia. La borghesia: «L’economia esiste. La prova: non siamo capaci di dominarla». Oggi, quando ormai «l’analisi economica» fa ridere un po’ tutti, l’immondezzaio universitario prepara in tutta fretta una nuova versione «reale» del mondo. Il mondo non è più economico, è strutturale, e l’ultima istanza non è più l’economia, ma il codice. Bisogna sostituire un ciarpame davvero fuori uso, come lo zdanovismo, con qualcosa non del tutto scaduto. Nel mondo zdanovista l’economia può tutto (Stalin può tutto) e gli uomini nulla. Nel mondo strutturalista il codice può tutto e gli uomini nulla. Questi due «mondi» sono mondi senza guerra sociale. La guerra sociale, ecco il nemico. I lacchè universitari presumono che tutta la gente al mondo sia sottomessa e rassegnata quanto loro, cosa che non è. Così come l’economia è il pensiero e l’azione della classe dei commercianti, lo strutturalismo è il pensiero e l’azione dello Stato commerciante, della burocrazia commerciante. La struttura e il codice sono l’idea che i burocrati si fanno del mondo. Così come l’economia esprime in realtà l’impotenza della borghesia a comprendere il mondo reale, lo strutturalismo esprime l’impotenza della burocrazia a comprendere il mondo reale. Si tratta di giustificare l’impotenza con l’impotenza, di spiegare l’inesplicato con l’inesplicabile. La disgrazia di tutte le carogne strutturaliste è che, scoprendo lo scandalo dell’alienazione insieme a tutta la loro epoca, accorgendosi quindi che qualcosa concepisce e non si lascia concepire, esse disperano – vista la bassezza e la viltà della loro sopravvivenza, vista la sottomissione, nella loro sopravvivenza, a tutto ciò che esiste – di poter mai concepire ciò che concepisce e non si lascia concepire. Esse hanno eretto a principio universale la propria impotenza e la propria sottomissione – il che significa: «Tutti sono stupidi e perdenti quanto noi. Nessuno potrà mai comprendere niente e, soprattutto, farci niente». Ci sono quindi delle strutture, cioè tracce di un pensiero, un’impronta del concetto. E poi basta. Non c’è né pensiero né concetto. Peggio per voi, imbecilli. Non c’è una legge dell’umanità. La lotta di classe esiste.

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