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E come fai a non vivere infranto
giù per la gola del tempo?

Come fai a non issarti sull’unico e spoglio albero della steppa e
a non ammirare lo spazio, il coro dell’erba,
l’aria che ti si apre dentro, e la luce, la LUCE?

Elettrizzàti da un tramonto viola,
non moriremo più,
o forse sì, forse moriremo,
ma la morte allora
sarà solo un canto che solcherà generazioni e
mondi per aprire un vuoto improvviso nella
carne dell’odio.

*

Adesso,
proprio mentre io scrivo e tu leggi,
cigolano tutti gli infissi dell’amore in
questi quattro versi.

13-14 gennaio 2014.




Fotografie della Mongolia: JJ Tiziou [1], Archivio Reuters [2-3]. La donna della seconda foto è intenta a lanciare in aria manciate di riso in segno di saluto. La mia lettura di questo testo, registrata con un semplice smartphone e l’audio di Whatsapp (pensate un po’!), era un regalo diretto a due amici, Filippo Pretolani e Mafe De Baggis, ma Filippo ha pensato poi bene di upparla su Soundcloud (allora, che dirvi?, buon ascolto a tutti!).

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