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[ Pubblico con grande piacere un testo di Filippo Pretolani – già apparso altrove anni fa con alcune varianti -, il quale si è (im)posto come uno dei punti di partenza per alcune riflessioni che andiamo facendo su scritture, nuovi dispositivi tecnologici e “moneta di choc”. Su questo blog, a tal proposito, potete leggere o rileggere i miei seguenti post: <1> <2> ]

potlatch

Capisco che un libro, anche “il più perfetto”, insomma: tutti i libri, abbiano fatto il loro tempo. Del resto cosa ha da dire, sul piano dell’intensità, la parola scritta, rispetto a un flusso emotivo incontrollato su Twitter?

Dell’inutilità di scrivere libri perfetti, e del come in una notte d’inverno rubai il nome a una futuribile piazza parigina

Pinot di PinotFino a qualche anno fa ero un grande feticista di libri. Ricordo interi pomeriggi a sfrucugliare tra le bancarelle, alla caccia di autori della mia personalissima mitologia portatile. E la gioia quando trovavo (che so?) un testo di Adriano Olivetti o di Max Stirner. O ancora quella volta che mi imbattei nelle geografie anarchiche di Élisée Reclus edite a Buenos Aires, o i diari di Fridtjof Nansen, l’esploratore norvegese che programmò d’incagliarsi tra i ghiacci della Groenlandia carico di viveri per un tot di anni (ma forse, direbbe Marco Vaglieri, era solo uno dei tanti che prendeva il mare per tentare l’oblio). Allora collaboravo col grande Geminello Alvi, o, peggio, avevo un’autentica venerazione per lui e per la sua scrittura, e anche questo ha ovviamente giovato acciocché io sviluppassi gli anticorpi giusti a distruggere sul nascere ogni mio tentativo di prosa.
Ricordo l’orgoglio con cui un giorno gli portai, tutto trionfante, non so più quale volume raro raccattato da un robivecchi a pochi copechi. Lo prese e mi ringrazio. Poi sorridendo aggiunse «Ora però basta accumulare libri. Questi libri essenziali dobbiamo smetterla di leggerli: dobbiamo scriverli».
Come il miglior Troisi pensai “Mo’ me lo segno”, e continuai svagatamene a non scrivere. Aperto nonletture, il mio blog di scrittura automatica per immagini, ho felicemente proseguito, con pervicacia, nella mia missione inscrittoria. Citazioni, plagi, furti, mallevadorie e grassazioni. Raramente un ghirigoro, quattro frasi agli amici.
Ora che ho accettato il ruolo di guest sparring partner su Grazia blog, ho addirittura sollevato qualcuno all’insulto. Mi scrive in privato due giorni or sono tale L. …

Caro Gallizio,
a dispetto del tuo eponimo, ahimè passato all’onore delle cronache come il farmacista di Alba, ti vedo annaspare nelle futili pagine di Grazia blog. Capisco la tua inguaribile logorrea ma perché confonderla tra i lazzi inconcludenti di tanti fragili pennivendoli. Data la circostanza mi verrebbe da suggerirti che ‘Non-scritture’ sarebbe forse lo slogan da adottare. Nella speranza di rileggerti presto in altra veste, ti saluto cordialmente.
L.

Non conosco L. e non so perché si sia dato la pena di richiamarmi all’ordine. Però nella sua buffa rampogna, impagabile di per sé, c’é qualche cosa che coglie nel segno, e che ha a che vedere col dato di fatto che io non scrivo. Non scrivo per pigrizia, o più semplicemente perché sin da ragazzino sono stato circondato da inutili beoti che, imbattendosi in una mia lettera o in un mio appunto di volata, vanno ripetendomi inde/fessi «TU DEVI ASSOLUTAMENTE SCRIVERE». Figuriamoci… Io che, già scemo allora, avevo eletto la bizzosità indocile a paradigma di uno snobismo timido e un po’ retrò.
E poi c’è Gallizio, l’uomo di Alba, cui Guy Debord prediceva «Un giorno prenderanno il tuo nome per ribattezzare Place Vendôme». E invece no: il caso beffardo ha voluto che il suo nome lo prendessi io, per fomentarci di notte le minoranze strepitose.
La notte in cui me ne appropriai, scrissi sul Foglio un buffo articolo (falso) in cui ne tratteggiavo la figura:

Pittore situazionista, chimico geniale, erborista inventore delle caramelle alla genziana, insigne archeologo delle Langhe, Pinot Gallizio semplicemente intuì che la strada per effrangere la macchinacapitale sarebbe passata per una fiumana di valore. Essendo amante del paradosso, si peritò di aggiungere che sarebbero stati disvalori, ovvero segni non captabili dalla macchina e quindi letali.

Cosa significa? Semplicemente che all’economia vera (industria, finanza, servizi) si stava affiancando un’altra economia basata su logiche incomprensibili a quella vecchia. Se quella si basava sull’esclusione, sulla proprietà, sull’accaparramento, questa si fonda antropologicamente sulla condivisione, sullo scambio immateriale diffuso, sul gratuito.
Nell’agosto del 1959, nel Manifesto della pittura industriale, scrisse frasi inattuali che oggi suonano decisive:

Oggi l’uomo è parte della macchina che ha creato e che gli è negata e ne è da essa dominato. Bisogna invertire questo non senso o non si avrà più creazione; bisogna dominare la macchina ed obbligarla al gesto unico, inutile, anti-economico, artistico,per creare una nuova società anti-economica ma poetica, magica, artistica. (…)
I profeti nuovi hanno già attaccato alla nell’Iperbase questo muro infinito e dolce della nuova poesia. L’uomo di domani attingerà, guidato da questi pionieri, al nettare indistruttibile che uscirà da esso. Tutto questo nuovo comportamento umano sarà un gioco e l’uomo vivrà tutta la sua vita per gioco, di nulla preoccupandosi che di emozionarsi giocando con i suoi desideri.

Se pensiamo che in quell’Italietta del 1959 si parlava essenzialmente di robe così, queste parole nella migliore delle ipotesi potevano suonare come cianciafruscole estetizzanti, letteratura d’evasione per signore à la page. Rilette oggi, penso siano assolutamente da considerare come amigdale di un visionario. Nei prossimi due secoli (se mai ci saranno), penso che le irriflessioni del pensiero di Pinot Gallizio verranno considerate insino più decisive di quelle dell’altro situazionista Guy Debord. Come non indovinare negli scambi gioiosi di Pinot Gallizio la miglior anticipazione mai espressa di quanto oggi avviene nei social network? E allora ripenso alle parole di Geminello (che, sia detto per inciso, dopo la bufala del Foglio, medioadriaticamente mi ha tolto il saluto) sui libri da scrivere e alla fila ordinata dei suoi perfettissimi volumi sullo scaffale della mia libreria e finalmente capisco. Capisco che un libro, anche “il più perfetto”, insomma: tutti i libri, per quanto insostituibili nella loro opera ctonia di trasmissione della conoscenza, abbiano fatto il loro tempo. E noi, orfani, sedotti dalla rete, antropologicamente modificati a una lettura dei testi a terminale in cui anche la parola scritta cede inesorabile il passo al tipo di percezione propria delle immagini (ah, i poeti visivi quanto erano avanti!) dovremmo rassegnarci al fatto che la lettura ci è preclusa.
Del resto cosa ha da dire, sul piano dell’intensità, la parola scritta, rispetto a un flusso emotivo incontrollato su Twitter? Mille pagine di Hans-Georg Gadmer dicono assai meno in proposito di uno scambio di tweet fulminei tra @nonvedi e @stazzitta. Su Twitter ci si scambiano emozioni ludiche magari prive di utilità, ma non di senso né di valore. Emozioni condivise che concorrono a istituire momento dopo momento la possibilità di un senso abitabile, puro piacere di mettere in gioco se stessi e “fare mondo”. Ecco come la descriveva allora Pinot Gallizio nel suo manifesto:

Tanta sarà la produzione artistica che le macchine, docilmente piegate ai nostri voleri, produrranno, che non avremo nemmeno il tempo per fissarla nella memoria: le macchine ricorderanno per noi. Altre macchine interverranno a distruggere determinando situazioni di non-valore: non ci saranno più opere d’arte-campione ma scambi di aria estatico-artistica fra i popoli. Il mondo sarà la scena e la controscena di una rappresentazione continua; la terra si trasformerà in un immenso Luna Park, creando nuove emozioni e nuove passioni.

Non scambi gratuiti, ma scambi di valore condiviso, incomprensibili e impercettibili alla luce del paradigma finanziario del “tempo degli scribi”. A Pinot sarebbe parso evidente come un social network fosse il luogo ideale ove istituire una “moneta di choc” che valorizzi gli scambi emozionali. La perfetta messa in atto della sua fantasia esatta.

D’ora in avanti il tempo sarà soltanto un valore emotivo, una nuova moneta di choc, e sarà basato sui cambiamenti repentini dai momenti di vita creativa e sui rarissimi momenti di noia. Si creeranno in sostanza degli uomini senza memoria; uomini in continua in estasi violenta, in partenza sempre da un punto-zero. (…)

Cinquant’anni dopo, lo scrigno dei suoi testi è ancora intatto. Profaniamolo! Del resto già allora ci aveva chiamati all’azione: “Ora tocca a noi artisti, scienziati, poeti creare nuovamente le terre, gli oceani, gli animali, il sole e le altre stelle, le arie, le acque e tutte cose”.



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