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«L’avanguardia lavora sovvertendo grammatica e sintassi. Ma l’unica cosa che muove il mondo e le persone, in realtà, è la chiarezza», Edmond Jabès.

Quando mi tocca tollerare qualche improvvisato letterato del piffero, più o meno asservito alle logiche culturali o ai cliché adolescenziali della negazione codificata, mi vien sempre da pensare a Rimbaud e a Verlaine che s’inculano a vicenda (e alla revolverata che il secondo – somma checca isterica – spara al primo il 10 luglio 1873 a Bruxelles).

I poeti che partecipano alla gestione dell’esistente, facendo politica per Stato e partiti, non sono poeti, bensì improvvidi kapò della propria ed altrui volontà di parola.

Per sopportare il buio degli altri devi dar fuoco ai loro giorni e a tutte quelle parole diurne che potrebbero abituarti alle tue contraddizioni.

Di notte, ogni parola pretende un giaciglio, un nido di eventualità, e non necessariamente una comprensione.

Resto fedele anche a ciò che non sei. Ne va del mio sorriso più tuo.

Ho fatto in modo, scrivendo e lottando, che alcune parole restassero delle pallottole vaganti.

Sabotare il destino che si specchia nelle pozze dell’abitudine. – Puoi perdere solo i giorni che conti, non quelli che ti assorbono fino a regalarti l’impensato.

C’è una passeggiata sempre possibile tra i corpi che assumi o che ami nel mentre. Una passeggiata chiamata divenire.

Voi pensate che il pensiero debba essere una scala, invece è un abisso pieno di papaveri. Nessuna idea è al sicuro.

Al cospetto della propria opera, ogni autore dovrebbe sentirsi come l’innamorato che sta per penetrare il culo vergine della persona amata.

Io non scrivo sulla sabbia. Già le mie parole sono sabbia!

Ci si ritrova in una delusione divenuta parola. Ci si fa spazio nell’istante per ordinare una presenza. La soddisfazione è figlia del dirupo e del ristoro.

Non mi sottraggo alle interrogazioni del tempo. Mi sottraggo al tempo.

 

28 maggio-1° giugno 2014. Foto di Sanghyeok Bang.



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