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EmilCioranIl mio scetticismo è inseparabile dalla vertigine, non ho mai capito come si possa dubitare con metodo.

Il mio ideale di scrittura: far tacere per sempre il poeta che si cela in noi; liquidare le sue ultime vestigia di lirismo; – andare controcorrente rispetto a ciò che si è, tradire le nostre ispirazioni; calpestare i propri slanci e perfino le proprie smorfie.

Percepire la parte d’irrealtà di ogni cosa, segno irrecusabile di un’avanzata verso la verità…

Poter vivere solo nel vuoto o nella pienezza, all’interno di un eccesso.

Gridare, verso chi? Questo fu il solo ed unico problema di tutta la mia vita.

Sono finito, sono al limite della preghiera.

Non c’è un solo soggetto che meriti la nostra attenzione per più di qualche istante. È per reagire contro questa certezza che ho provato a trasformare tutte le mie idee in manie; era l’unico modo per farle durare – agli occhi del mio… spirito.

Sballottato fra il cinismo e l’elegia.

L’universo mi esplode nel cervello. Febbre intollerabile. Sono a un pelo dal Caos. Gli elementi si scatenano. Perdo il passo. Chi mi riconcilierà con una cosa qualsiasi? Un punto fisso, cerco un punto fisso, e non trovo che incertezza e melma, ed un incoercibile delirio. L’essere è un testo cancellato, e io non ho più la forza di riscriverlo.

Mi riprende la noia, quella noia che ho conosciuto certe domeniche durante l’infanzia, e che poi ha devastato la mia adolescenza. Un vuoto che evacua lo spazio, e contro il quale solo l’alcool potrebbe difendermi. Ma l’alcool mi è negato, tutti i rimedi mi sono negati. E dire che ancora mi ostino! Ma in cosa persevero? Senza alcun dubbio nell’essere.

Dire a tutte le cose un no folgorante, fare del proprio meglio per accrescere la perplessità generale.

Ho un bel daffare, ma non potrei acconsentire a questo universo senza sentirmi colpevole di frode.

Accetto di essere l’ultimo degli uomini, se essere uomo significa somigliare agli altri.

Mai noia si è avvicinata quanto la mia al vetriolo. Tutto ciò su cui poso lo sguardo si sfigura per sempre. Il mio strabismo si comunica alle cose.

Ho il sentimento del nulla, ma non ho umiltà. Il sentimento del nulla è il contrario dell’umiltà.
Non è umile colui che odia se stesso.

Sono un mongolo devastato dalla malinconia.

Sono uno scettico sfrenato.

Se ogni giorno io avessi il coraggio di urlare almeno per un quarto d’ora, godrei di un equilibrio perfetto.

A chi mi assicura d’ignorare il rancore, ho sempre la tentazione di dare uno schiaffo, per dimostrargli in tal modo che si sbaglia.

Un dio comincia a diventare falso nel momento in cui nessuno si degna di farsi ammazzare per lui.

Ogni uomo che ha una convinzione, qualunque essa sia, ha un dio, o meglio, crede in Dio. Poiché ogni convinzione postula l’assoluto o vi supplisce.

Non si chiede più la libertà, bensì l’illusione di libertà. È per questa illusione che l’umanità si agita da millenni.
Essendo del resto la libertà, come si suol dire, una sensazione, che differenza c’è tra l’essere liberi e il credersi liberi?

La poesia propriamente detta mi appare sempre più inconcepibile; posso sopportare solo quella che è implicita, indiretta, che per l’appunto non è detta, intendo cioè la poesia senza i mezzi e i sotterfugi che essa annovera di solito.

Niente può guastare completamente qualcuno, se si eccettua il successo. La “gloria” è la peggior forma di maledizione che possa colpire un essere.

Tutte le morti naturali sono compromettenti.

La negazione comporta ai miei occhi un tale prestigio, separandomi dal resto delle cose, da rendermi un essere limitato, cocciuto, infermo. Mentre alcuni vivono sotto il fascino del “progresso”, io vivo sotto quello del No. E tuttavia comprendo che si possa dire di sì, acconsentire a tutto, benché una tale prodezza, che ammetto negli altri, esiga da parte mia un salto del quale ora non mi sento capace. Il fatto, è che il No mi è entrato nel sangue dopo aver prima pervertito lo spirito.


Traduzione di Carmine Mangone. Cfr.: Cioran, Cahiers 1957-1972, Gallimard, Paris 1997.


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