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Kern1

a Grace

Oggi troverei erotica sulle tue labbra anche la
parola costernazione
o quella piccola goccia di stella del tutto pari a
seme assoluto.
Lo so. “Piccola goccia di stella” è un’immagine del
cazzo,
ma non è solo colpa mia se il tuo corpo-disastro-di-stelle rende
puerile la mia poesia.

24 luglio 2015

*

Ho messo su Mozart
(il quartetto d’archi K. 421)
per non dimenticare i tuoi grandi occhi castani,
per immaginarti su di me a “smorza candela”,
per pensarti a quattro zampe mentre ti chiavo tirandoti filosoficamente i capelli.
Mozart e il vino fanno il loro corso
e nondimeno la sublimazione stenta,
la vita mi va stretta,
mi sento ancora troppo duro al livello del pensiero.
Mi ci vorrebbe una doccia fredda, forse, o
la lettura di Osip Mandel’štam sotto le stelle.
L’orologio conta i minuti,
io per niente.
La notte è viola,
anzi no,
è bianca,
bianca come una stella maldestra.
Un intero vaglio di pretese davanti agli occhi.
Dove sei? A cosa ti sei destinata?
Provo l’archetto sulle tue labbra.
Vivo ormai di scintille orfane dell’incendio.
Tu suoni di conca per alloggiare la lava,
di moto indicibile sotto la grandine.
Dove sei? Quando verrai a prendere
tutto il fuoco gentile che sto accalcando tra le mie parole?

25 luglio 2015
[ Le parole del gioco erano: Mozart, candela, capelli, vino, doccia, orologio, viola. ]

*

Da quando vivo tra le mie colline, ho iniziato a radermi ogni due giorni. Necessità quasi zen d’impormi una nettezza, un ritmo. Mai accaduto prima. Ero quello che faceva della barba di 4-5 giorni una certezza, una cifra stilistica, un blando non conformismo da lumpen poetico.
Oggi ho bisogno invece di chiarezza, di toni chiari, fermi. Ho un tale turbinio in testa da pretendere almeno uno spazio per fermarmi a pensare, ogni tanto, a ciò che voglio assolutamente vivere.
Però non ho fretta. I mesi, gli anni passano, ma io non ho più l’ingorda frenesia di una volta. Per me non esiste più il tempo. Esistono i giorni, le notti, la mia fame, le esigenze dei miei animali (ecco, mentre scrivo, la Tabi è rientrata dalla finestra ed è venuta a strusciarsi contro il mio gomito destro; imparo da lei, imparo dalle pietre che sposto, dai pensieri che germogliano senza alcuna pretesa di durare – li caccio come lucertole, li bracco anche per puro gioco; alcuni pensieri mi lasciano in mano la loro coda, si divincolano, li lascio andare, li regalo agli altri), ma il tempo non mi tocca; non riesce più ad impressionarmi nessuna idea di durata.
Tira vento. Spazza via l’afa dei giorni scorsi. Da circa una settimana, non ho voglia di fare un cazzo. Mi riposo. Mi ascolto. O ascolto i Fugazi, i Television, i Múm. Non c’è fretta, non c’è proprio alcuna fretta. Sto diventando come i miei ulivi: mi radico, ma intanto bevo l’aria, la luce.
(In tutto questo, c’è un animaletto che fa un verso curioso dentro di me. Sta lì e ogni tanto si fa sentire. A volte sono stato sul punto di tirargli il collo. Temevo che appartenesse al passato, che mi tirasse indietro, che mi facesse male il tenerlo serrato in me. Stamattina ho deciso invece di dargli spago, di capire che cazzo di animale è, cosa mangia, cosa vuole, e di fargli il verso, di canzonarlo con affetto.
Scopro che si chiama amore e che, contrariamente a tutto quello che ho pensato finora, non appartiene a me e non può essere addomesticato dentro la necessità o nel desiderio di desiderarlo. Appartiene infatti al “noi” che viene, al “noi” che non potrà mai essere rinchiuso in un pensiero, in una poesia, in una cronaca.

Tu, proprio tu, sì, l’hai sempre saputo, lo sai perfettamente, ecco perché ti voglio.).

24 luglio 2015. Foto di Richard Kern.

 

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