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Il testo che segue è la nota che scrissi il 13 aprile 2010 per l’ebook Voglio morire con la pancia vuota di Liocorpo (Maldoror Press), una folgorante raccolta di versi amorosi, violenti, accorati, che v’invito caldamente a leggere (il download è gratuito). – La foto in copertina è di Soukizy Anita Redroom.

Liocorpo_cover

 

Quando ti metti a frugare tra le parole, cercandovi qualcosa che possa imprimere la tua rabbia o il tuo amore sul mondo, affinché il calore di certi momenti o di certe sensazioni non si disperda del tutto – riuscendo a farne una mappa, a generare un percorso, a mascherare le ferite o a farle urlare, foss’anche in un vicolo cieco, se questo ti apparisse bello e giusto – allora devi fottere ogni verbo, e non semplicemente coniugarlo, e lo devi fottere in bocca, in culo, in tutti i buchi della possibile declinazione di questa vita che ci tocca, ci incita, ci spreme, ci muore.
La poesia è questo: rabbia per un amore – platonico o carnale poco importa – che esplode in fiori di grandine, in pioggia di petali, in panoplia di sperma e saliva. È parola che urla o ghigna, aggettivo che mi rimbomba sotto la pelle per ore, violenza della vita che ti straccia la mente e te la pota – cimatura di tante piccole immagini, necessità di foraggiare il cuore anche con ciò che lo abbatte.
Ecco perché ho in odio tutto ciò che non è parte di quest’assedio, tutto ciò che non viene a schiaffeggiare o a chiavare il buonsenso e la smaccata pretesa di voler stabilire una volta per tutte lo stato di consistenza dello spirito.
Ecco perché detesto la maggioranza dei cosiddetti poeti. Non fanno che contribuire, loro malgrado, a produrre l’irrealtà del mondo, perché stanno ancora attenti alle parole, ne hanno timore, timore che queste possano afferrarli alla gola e condurli fuori strada, quando proprio la per-dizione è inizio d’ascesa verso il culmine della carne – che deve perdersi e ritrovarci, ritrovarsi e perderci, senza posa, in uno slancio che si fa volo d’Icaro sopra il labirinto della sua stessa carne pensante. E potete dirmi tutto quello che vi pare, potete farvi belli con la banalità del vostro mondo di merda cercando d’infiorettarlo a più non posso per scongiurare la notte nera: non mi fregate più – Rimbaud è morto per i suoi peccati, non per i miei – e tutto quello che potete dirmi io non voglio più sentirlo, soprattutto se viene a strapparmi dall’imperiosa necessità di negare l’esistente per preparare l’impossibile.

Inganno per inganno, ammetto di preferire ciò che si perde meravigliosamente nello scontro vitale tra i corpi. Si conteranno poi a decine i feriti, certo, si farà fatica a respirare, ci si perderà in ingenuità fragorose, ne convengo, ma tutto questo mi lascerà in vita. E farà sì che le stesse ferite diventino aiuole, pozze di sogno, acquitrini baluginanti dove saltare a piedi uniti, per veder schizzare terra e lacrime contro il cielo grigio delle Lettere.
I bambini non muoiono mai. Mai del tutto.

[ …e quest’essere labile, mitologico, eppure così tangibile, metà donna e metà assoluto, insufflato di tempeste, quest’essere che srotola un flusso di parole, una lingua senza remissione, non potrete mai ridurlo ad uno qualunque dei suoi frammenti, dovrete ricominciare sempre da capo, rileggerne senza posa quella litania di belle violenze, come si conviene soltanto ai fanatici di un amore al di qua della morte. ]

L’impossibile. La commedia dell’uomo che tenta dapprima di mascherare il vuoto del cielo e poi d’inventarsi qui un bel buco nero per fottere il destino.
Ad ognuno il suo. Io mi beo del pieno di furore e amore che ho fatto nelle vene, annodo i nervi intorno a qualche intelligenza amica, mi creo un oltre che non sia mai altrove. Mi accontento di molto, sapete? D’altronde, due secoli di traffici mi hanno reso un barbaro collezionista di fiabe. E Liocorpo qui ne racconta una. Una storia fatta d’amore – un amore semplice, duro, che non accetta la morte né il lieto fine, un amore che beffeggia tutti gli orpelli della modernità, tutti gli spaventapasseri di Dio (pur evocandoli di sovente per infilarseli in bocca e nella vagina), una guerra per amore e contro l’amore eluso, uno spartanesimo dello spirito, insomma, col quale inventarsi un epos del ghigno e della tenerezza, un corpo senza rami secchi, uno stormo di uccelli migratori che non sempre tornano, una delizia da succhiare, un sanguinamento bello come la Via Lattea.

[ L’io-corpo muore ogni volta nella fede di un noi. E rinasce trepidante e battagliero, come un pettirosso sulla neve, uccidendo quella stessa fede in un incessante ritorno a casa – che è fuga dall’irrealtà del mondo, non certo dalla troppa realtà del proprio amore. ]


13 aprile 2010

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