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Di seguito, alcuni estratti dal mio Il corpo esplicito. Breve storia critica dell’erotismo occidentale, Paginauno edizioni, maggio 2017. Le fotografie sono di Libera A. Aiello.

 

 

Nel 1953, quando uscì Cris, la prima raccolta poetica della surrealista anglo-egiziana Joyce Mansour, i suoi versi apparvero crudi, caustici, colme di uno strano miscuglio di erotismo e scherno, cosa ancor più rilevante se si pensa che a scriverle fosse stata una donna, la quale peraltro non nascondeva affatto le sue inclinazioni bisessuali. (…) Con l’opera letteraria della Mansour, abbiamo un perentorio affioramento del desiderio carnale femminile, ma esso non viene coniugato banalmente coi buoni sentimenti o con l’accettazione di una subalternità verso le consimili espressioni maschili. Fin dalla classicità, la poesia femminile è stata forzata dentro una mera esposizione della sensibilità e dell’accoglimento – del sentire (per) l’altro – manifestandosi ai margini di un mondo mitopoietico e concettuale, fondato sull’eroismo della parola o sulla parola dell’eroismo, che è sempre stato tipicamente maschile. La Mansour non si discosta ancora in modo decisivo da un tale schema (basti pensare alla trita contrapposizione – cristiana, batailliana – tra Eros e Thánatos). Emerge nondimeno dalla sua opera la volontà di affermare il desiderio femminile senza complessi di inferiorità, né reticenze.

(…) Joyce non se ne sta in un angolo a fare la cronaca poetica e anodina dei suoi amori, ma li esalta, li sbeffeggia, ne cerca il rilancio, li sovverte, ne trae un corrosivo humour nero con cui la parola palpita e critica il senso del già amato, cortocircuitandolo senza posa per rilanciarne la densità e l’ulteriore possibile: «Le cieche macchinazioni delle tue mani / Sui miei seni frementi / I lenti movimenti della tua lingua paralizzata / Nelle mie orecchie patetiche / Tutta la mia bellezza annegata nei tuoi occhi senza pupille / La morte nel tuo ventre che si nutre del mio cervello / Tutto questo fa di me una strana signorina» (J. Mansour, Prose & Poésie. Œuvre complète, 1991).

Fin dai suoi albori, l’erotismo è stato un discorso prevalentemente maschile. Sono stati i maschi infatti a costruirlo, a scriverne, a poterne parlare pubblicamente, a regolamentarlo, a stabilirne gli eccessi. Figure come Saffo o Veronica Franco, tanto per fare degli esempi, furono eccezioni in un contesto dominato dai maschi. Non si può quindi che essere d’accordo con Carla Lonzi quando scrive: «L’immagine femminile con cui l’uomo ha interpretato la donna è stata una sua invenzione» (Manifesto di Rivolta Femminile, 1970), e questa ‘invenzione’ maschile ha fondato per millenni l’immaginario sessuale umano. Il rapporto di forza tra i sessi (tra i generi) ha iniziato a cambiare radicalmente solo a partire dalla seconda metà del Novecento: da una parte, grazie alla spinta dei movimenti rivoluzionari e al ruolo della donna al loro interno; dall’altra, sulla scia delle dinamiche consumiste ed egualitarie derivanti dal dominio reale del capitale e dal radicamento democratico dello Stato moderno (sugli sviluppi del capitale si veda: Jacques Camatte, Il capitale totale, 1976). Andando a contrastare le sperequazioni sociali che la subordinano, la donna vede ovviamente accrescersi anche la potenza e la diffusione delle proprie espressioni. Ancora ai primi del Novecento, e anche all’interno delle avanguardie storiche, sarebbe stata impensabile la poesia anarchica di una Katerina Gogou o quella gioiosamente erotica di una Jana “Honza” Krejcarová: «In culo oggi no / mi fa male // E poi vorrei prima fare una chiacchiera con te / perché ho stima del tuo intelletto / Si può supporre / che sia sufficiente / per chiavare in direzione della stratosfera» (Clarissa a jiné texty, 1990; la poesia è datata 21/12/1948).

I movimenti femminili nati negli anni Sessanta passano da un’idea di emancipazione, fondata su una richiesta di parità (giuridica, politica, economica), a un’idea di liberazione, caratterizzata invece dall’affermazione storica di una differenza, di un’alterità rispetto ai valori e alle strutture della società patriarcale. Il femminismo contemporaneo, pur essendo vario e articolato, parte da un assunto fondamentale, inderogabile: nell’àmbito della civiltà umana, esiste una specifica oppressione di tutte le donne, la quale attraversa ogni struttura e classe sociale. Quest’oppressione non è risolvibile con miglioramenti giuridici all’interno della società capitalista, né con una rivoluzione politico-economica di tipo socialista, bensì con una mutazione radicale di tutte le strutture sociali e psicologiche che subordinano la donna al potere maschile. Al riguardo, la Lonzi è perentoria, anche verso le opzioni rivoluzionarie marxiste: «Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere. È per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l’inserimento a titolo di uguaglianza. […] L’uguaglianza è quanto si offre ai colonizzati sul piano delle leggi e dei diritti. È quanto si impone loro sul piano della cultura. È il principio in base al quale l’egemone continua a condizionare il non-egemone. […] Al materialismo storico sfugge la chiave emozionale che ha determinato il passaggio alla proprietà privata. È lì che vogliamo risalire perché venga riconosciuto l’archetipo della proprietà, il primo oggetto concepito dall’uomo: l’oggetto sessuale. […] il proletariato è rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale.» (Sputiamo su Hegel, 1970).

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