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ad Angela Falchi

 

(…) Finito di scrivere il precedente capoverso, ho fatto una pausa e mi son messo fuori al sole, completamente nudo. Una delle cose belle del vivere da solo e isolato in campagna, è poter girare nudo nella stagione estiva tutte le volte che mi va.
Sono seduto. È pomeriggio inoltrato. Il sole di agosto, seppur declinante, mi scalda rapidamente la pelle. La sensazione è piacevolissima. Non c’è separazione rispetto alla stella, al remoto. Il calore è dentro e fuori. Mi sento tutt’uno con l’aria calda, il sole, i corpi che sono stato e che sarò. Attraverso la carne esposta, passa l’unicità del momento e la generalità del cosmo.
Mi viene un’erezione. Mi sento toccato da tutto ciò che mi circonda: non distinguo più i dettagli, eppure riconosco ogni cosa. Il sangue che affluisce al sesso mi libera da ogni durezza d’animo. Il mio cazzo si mette a pulsare col sole, sotto il cielo. Non ho voglia di scopare, non c’è niente da scopare, eppure amo, sono amato, il cielo si riversa dentro di me e il mio cazzo smette di essere tolemaico, di pretendere cioè che ogni cosa sia sessuata e ruoti intorno a esso. Mi faccio accarezzare dal sole e intanto accarezzo il mio sesso caldo e duro. È una voluttà che trascende ogni sapere erotico e ogni necessità di seduzione. Si saranno sentiti forse così i primi uomini e le prime donne quando copulavano tra loro e col mondo? Non lo so, non posso saperlo, ma amare l’altro dovrebbe sempre comportare un amore verso tutto il mondo, poiché l’altro, tra le mie braccia, quando lo tocco, è sempre, non un microcosmo, ma l’intero universo che mi è presente e che si presenta all’unione dei corpi, degli affetti. Il corpo dell’altro racchiude infatti il calore delle stelle, la linfa degli alberi, le tumescenze della vita, la conoscenza estetica della materia, nonché la morte e il rifiorire incessante di mille forze. Non so cosa sentivano i primi umani, ma so cosa riesco a sentire io al cospetto del vostro calore e so anche in che modo posso rinfocolare il mio. In tutto questo, mi auguro che gli uomini del futuro sviluppino una ‘nuova carne poetica’ a prescindere dalle loro identità sessuali. Anzi, spero proprio che si sbarazzino gioiosamente di qualsiasi identità. Bisogna capire che un cazzo non è semplicemente un cazzo e che una fica non è soltanto una fica. Il sesso non è un fine, né una causa. Il sesso è uno strumento, un campo di forze, un ponte. Non possiamo permettere che la serializzazione pornografica degli atti sessuali o la feroce individualizzazione degli affetti lo riduca a palude, a discarica dei fallimenti millenari dell’amore. L’erotismo, per come lo conosciamo oggi, deve morire, per poter rinascere come nuova volontà carnale tra tutti i viventi, spezzando sia le narrazioni amorose autoreferenziali, sia l’incessante replica sociale dello scambio sentimentale o pornografico. Bisogna considerare l’altro come un sole, un corpo costellato di soli, e farsene riscaldare, dando continuità al calore, al fuoco. Dobbiamo eliminare, poco alla volta, l’idea stessa di alterità, costruendo insieme agli altri un bacino generale della gioia e della materia carnale, senza più scambio, né colpa, né bisogno di salvezza.

 

Frammento tratto dall’appendice al mio Il corpo esplicito (2017). L’opera che illustra il post è di Eduardo Chicharro y Agüera (Las tentaciones de Buda, 1916-1921).

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