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Di seguito, diversi estratti dal secondo capitolo di L’insurrezione è qui. Max Stirner e l’unione dei godimenti, Gwynplaine, 2017. L’immagine in alto è un fotogramma di un film del 1969: Eros + Massacro (エロス+虐殺), diretto da Yoshishige Yoshida.

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L’opera maggiore di Max Stirner, di cui non conosciamo i tempi di elaborazione, ma che molto presumibilmente è stata redatta a partire dalla primavera-estate del 1842, viene pubblicata dall’editore Otto Wigand di Lipsia nell’ottobre 1844. Si tratta di un «imponente volume di quasi cinquecento pagine, stampato splendidamente sulla carta migliore, con margini larghi e caratteri grandi e chiari, quasi privo di errori»1. Viene tirato in circa mille esemplari e porta un titolo semplice, netto, quasi tracotante, che ne sintetizza efficacemente i contenuti: Der Einzige und sein Eigentum [L’unico e la sua proprietà]2. In realtà, stando a ciò che riporta Mackay, l’opera doveva intitolarsi originariamente Ich [Io], quindi in un modo ancor più deciso e programmatico3.

Pochi giorni prima dell’uscita del Der Einzige, prevedendo lo scalpore che il libro avrebbe suscitato, Schmidt rassegna le dimissioni nelle mani di M.lle Zepp (che aveva rilevato nel frattempo l’istituto Gropius) così da evitarsi l’onta di un licenziamento in tronco dal suo posto d’insegnante. In effetti, il 28 ottobre 1844, due giorni dopo che l’editore ebbe consegnato una copia dell’opera alle autorità sassoni di controllo, L’unico è la sua proprietà viene sequestrato. Nei giorni successivi, si assiste però ad un vero e proprio balletto di atti pubblici concernenti il libro: il 2 novembre, una decisione del Ministro dell’Interno sassone von Falkenstein lo rimette in circolazione, ritenendolo un testo in gran parte ironico (sic) e sostanzialmente troppo impegnativo e “difficile” per risultare davvero pericoloso; in Prussia, invece, il ministro von Arnim lo pone sotto sequestro il 7 novembre4.

Der Einzige und sein Eigentum è un testo filosofico che si pone al confine di ogni filosofia. Resta infatti continuamente sulla soglia tra spudoratezza e indagine. Specula contro ogni speculazione. Non prende con filosofia il pensiero. Anzi, è un libro che estenua la filosofia speculativa dell’Occidente estenuando il lettore e ponendo in cattiva luce, a partire dalla sua comparsa, ogni ipostatizzazione, ogni sacralizzazione del pensiero, del sapere. Se il giovane Hegel si proponeva di «pensare la pura vita»5 in un discorso unificante e razionale, Stirner tenta di uccidere i nomi affermando e mettendo al centro del pensiero l’unicità, ossia la specificità singolare di tutte le cose nominate e “animate”. La teologia e la filosofia – come tentativi di unificare idealisticamente le separazioni sociali e le differenze di pensiero – vengono attaccate, smembrate, vivisezionate. Stirner esalta il corpo vivo che infonde qualità al pensare dell’uomo – dell’uomo in carne ed ossa – facendolo diventare, non senza ironia e gusto del paradosso, la ripetizione indisponente del particolare con cui scagliarsi contro ogni universalismo, contro ogni elemento totalizzante (e totalitario) del pensiero6. In tal modo, Stirner sgancia il singolo dal generale, dall’universale, e lo oppone radicalmente alla società, allo Stato, all’umanità astratta dei filosofi, operando una rottura essenziale rispetto ad Hegel.

(Niente di più eversivo, oggi, che ricrearsi un deserto da attraversare disertando ogni carovana. Bombardare le proprie idee e creare deserto. Rimuovere le macerie del pensiero occidentale e piantare alberi per omaggiare la tabula rasa. D’altronde, vivere il flusso delle proprie idee non significa essere succubi del loro movimento, né tanto meno dei semplici “utenti” della sopravvivenza, bensì trovare un andamento, un battito, una qualità nel proprio muoversi insieme alle altre presenze, alle altre qualità del vivente e dell’inorganico. Il flusso non è uno, ma può diventare unico. Il che non rappresenta certo una differenza sottile. – Diventare allora tanti piccoli Omero e narrare ogni possibile. Divenire libro aperto. Deframmentare la civiltà e i suoi oggetti. Sbrigliare l’unico che è sempre stato e sempre sarà in noi. Essere certi, infine, di una verità spaventosa e bellissima: laddove c’è deserto, là ci saranno ogni volta un orizzonte a perdita d’occhio e nessuna direzione imposta).

Ci sono opere dell’ingegno che vengono a rompere i tentativi sociali di unità etica, di convergenza morale architettati dai gestori del sapere; opere che agiscono una rottura, una negazione della norma, e che innescano talvolta dei processi di ripensamento e ricomposizione dell’esistente. Un testo come L’unico e la sua proprietà è la raffigurazione di un’emergenza, l’attestazione di una presenza ineludibile: quella del carattere potenzialmente irriducibile di ogni vivente. Raffigurazione a tratti pedante, noiosa, poiché si trascina dietro, come un uragano devastante, tutti gli intralci del pensiero che si prova a spazzar via, ma con la quale Stirner si tiene tenacemente lungo il piano di affioramento dell’essenziale e ben al di là di ogni rappresentazione, di ogni cornice data, dal momento che le qualità irriducibili (e irrimediabili) di ogni essere mortale consegnano quest’ultimo all’instabilità e alla ricerca di sé mettendo invariabilmente in crisi ogni pensiero comodo, assodato, “rappresentativo”.

L’unico non è contornabile dentro il discorso, dentro il pensiero speculativo, né tanto meno rappresenta una categoria universale. L’unico non è affatto rappresentabile. Costituisce semmai la ripetizione di una irriducibilità che vive e muore dentro il suo stesso ripetersi, senza mai poter aderire a un’idea definitiva di unicità o di relazione.

La società contemporanea vive un paradosso costitutivo: ha indotto ed esaltato su scala globale un individualismo esacerbato, funzionale, eppure, allo stesso tempo, l’individuo è rimasto annichilito dietro le sue rappresentazioni sociali, pubblicitarie. L’individualismo si rivela quindi un’esaltazione spettacolare e una riduzione reale dell’individuo. Stato e capitale vogliono d’altronde un singolo debole, isolato, facilmente controllabile, il quale può al limite fare numero, massa, senza però mai imporre uno scarto qualitativo e criticamente consapevole alla propria volontà di comunanza. Con Stirner, il paradosso di un individualismo eretto contro gli individui viene rovesciato: l’individuo “autocosciente” rompe coi meccanismi alienanti e gerarchici della società, attua una secessione rispetto al sistema di valori dominante, e fa sì che l’individuale torni ad essere personale. (…)

Con Stirner – e poi con Nietzsche, ma anzitutto con Stirner – si esce dal territorio del consenso, si crea una frattura nel pensiero occidentale, nel razionalismo, e si sovverte la costruzione sociale di qualsiasi unità logica, etica, metafisica. L’io concreto, dotato di un corpo senziente, e quindi di passioni e desiderio, si sottrae all’astrattezza delle idee e “secerne” un pensiero in costante rapporto con il godimento possibile di sé.

Io mi scopro unico7, mi apro all’irriducibilità della mia presenza unica, anzi, mi apro proprio grazie ad essa. La mia principale qualità, evidentemente, è l’unicità di tutto quel che mi costituisce e mi muove. Quest’unicità è la mia personale linea di fuga. Io mi lascio quindi attraversare dalla vita e ne trattengo ciò che mi riesce, ciò che voglio, tenendomi fuori da ogni riduzione sociale di me stesso. Divento così una compiutezza mobile che destruttura l’unità e gli universali. Mi compio cioè contro ogni mio limite e contro ogni limitazione del mio mondo. Tutto il resto è e rimane un’estensione immane di questo movimento che mi porta. Anche il mio pensiero, anche l’Altro, il pensiero stesso dell’Altro: tutto si colloca in quest’apertura irriducibile e che mi attraversa senza trapassarmi, senza ferirmi. D’altronde, con Deleuze, «la filosofia e perfino la scienza non hanno niente a che vedere con gli universali. Si tratta di idee precostituite, opinioni. L’opinione sulla filosofia è che si occupi di universali, l’opinione sulla scienza è che si occupi di fenomeni universali che possono sempre ripetersi. Ma anche prendendo una formula come “tutti i corpi cadono”, il fatto importante non è che tutti i corpi cadano, è importante la caduta e la singolarità della caduta. (…) La filosofia non si occupa dell’uno, dell’essere. Son tutte sciocchezze. Anch’essa si occupa di singolarità. Al limite bisognerebbe dire che ci ritroviamo sempre dentro delle molteplicità; molteplicità che sono insiemi di singolarità. La formula delle molteplicità o dell’insieme di singolarità è n–1, dove l’uno è sempre ciò che va sottratto. (…) La filosofia consiste nel creare concetti, non è comunicare. (…) Dunque la formula è n–1, sopprimere l’unità, sopprimere l’universale»8. (…)

Il tentativo di Stirner lo conduce a delirare, a cercare ossessivamente i grimaldelli teorici per chiamarsi fuori dai giochi culturali, sociali; ma intendiamoci, il pensatore tedesco delira in senso strettamente etimologico: per lui è fondamentale “uscire dal solco, dal seminato” (līra, in latino, sta appunto per “solco”); non ha a che fare con le patologie del pensiero, della mente, bensì con il pensiero delle sociopatie.

Stirner subisce le ristrettezze della vita sociale, avverte i guasti insiti nella razionalizzazione borghese del mondo e intraprende quindi una lotta senza quartiere contro il “sacro” e la tradizione che residuano nei processi stessi della modernizzazione. Questa sua lotta lo porta – almeno in àmbito teorico – a sciogliere i vincoli che lo legano alla società e a tentare nuove strade, nuove comunanze. Fallirà la sua vita, verrà schiacciato dalle sue contraddizioni, ma aprirà uno squarcio profondo nel pensiero contemporaneo.

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NOTE

LW [John Henry Mackay, Max Stirner. Sein Leben und Sein Werk, Schuster & Loeffler, Berlin, 1898], p. 136.

Sul frontespizio dell’edizione originale, Eingenthum è scritto con la acca e come anno di edizione si indica erroneamente il 1845.

LW, p. 135.

Sulle vicissitudini editoriali del Der Einzige e sulla sua ricezione nei vari paesi, si consiglia: Roberto Calasso, Accompagnamento alla lettura di Stirner, in: Max Stirner, L’unico e la sua proprietà, Adelphi, Milano, 1979, pp. 387-427 (incluso successivamente in: R. Calasso, I quarantanove gradini, Adelphi, 1991, pp. 371-418).

Hegel’s theologische Jugendschriften nach den Handschriften der Kgl. Bibliothek in Berlin, herausgegeben von H. Nohl, Mohr, Tùbingen, 1907, p. 302: «Reines Leben zu denken ist die Aufgabe».

Cfr. Gilles Deleuze, Différence et Répétition, PUF, Paris, 1968, p. 7: «La ripetizione non è la generalità. (…) La generalità presenta due grandi ordini, l’ordine qualitativo delle somiglianze e l’ordine quantitativo delle equivalenze. (…) La ripetizione come condotta e come punto di vista concerne una singolarità inscambiabile, insostituibile. (…) Se lo scambio è il criterio della generalità, il furto e il dono sono quelli della ripetizione. Vi è dunque una differenza economica tra le due. Ripetere è comportarsi in rapporto a qualcosa di unico o di singolare, che non ha eguale o equivalente». Tutti i passi provenienti da opere straniere inclusi nel presente testo sono tradotti da me, salvo dove diversamente indicato.

Nella presente opera, l’utilizzo del termine unico (al maschile) non preclude nessuna identità di genere. Il contrario sarebbe un controsenso. Esistono evidentemente unici, uniche, unicità transgender, ecc. Mai dimenticarlo.

L’Abécédaire de Gilles Deleuze, interviste televisive di Claire Parnet (realizzate nel biennio 1988-1989), regia di Pierre-André Boutang, Éditions Montparnasse, 2004, “U comme Un” (ediz. it.: L’abecedario di Gilles Deleuze, DeriveApprodi, 2005).

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