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Fa’ conto che la poesia sia una sorta di detonatore. Ecco: se hai sotto mano soltanto delle polveri bagnate, della poesia non te ne fai un cazzo.

Puoi temperare il tuo lapis quanto ti pare, ma se il foglio che hai davanti è completamente nero, le parole resteranno tutte nella tua testa e ti faranno bestemmiare anche la poesia.

La fica non è la verità, non è l’ombelico del mondo, però rimane una discreta approssimazione della poesia che continuo a cercare ottusamente.

Una poiana esegue i suoi larghi giri da predatrice alata nel cielo opalescente della mattina. L’aria ferma mi avvolge col suo tepore. Ed io mi sento poiana, destino d’ali, porzione sporca di cielo e molto altro ancora.

Dovevo capire che non sarebbe stato facile. Tu ami il mare, io il cielo sporco d’ali.

L’infinita distesa d’occhi del cielo, l’assoluta mancanza di compiti della mia vita, e quella strana furia zen che mi prende, ogni volta, quando incrocio lo sguardo del vostro nulla.

Ho masticato stelle e tabacco tra le pieghe della vita
come se queste non fossero delle lenzuola sporche d’eterno.
Non sapevo,
non potevo sapere
che la vita si perde presto
e non dà alcuna rivincita.
Un bel giorno arriva però qualcuno che ti prende alla gola
e tu ti senti comprimere nell’essenza:
sogni, sesso, epiglottide, ragione.
Si muore come si chiava,
si chiava per non morire in anticipo
e si anticipa una morte per non morire definitivamente.

Perdiamo pezzi, collezioniamo esperienze, piantiamo alberi, abbandoniamo pretese, eppure, conoscendo i limiti delle parole, io serbo tra me e il movimento dei viventi l’imprecisa tenerezza della scrittura. Le vette di ciò che è stato, emergono e si stagliano nella serenità del mio dire. Resterebbero inaccessibili senza di essa.
Tutto il resto continua. Continua feroce e magnifico.

 

Dieci-quindici luglio duemiladiciotto. Fotografia di Tetsuro Higashi.

 

 

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