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Il cristianesimo, a partire da Paolo di Tarso, stigmatizza le pratiche e i discorsi erotici dell’antichità, esalta il celibato e aggancia la sessualità umana alla procreazione e al matrimonio eterosessuale ridimensionando ulteriormente la condizione sociale della donna, invero già piuttosto limitata nella stessa democrazia ateniese (dove i diversi ruoli di moglie, etera o concubina, erano del tutto funzionali a una regolazione patriarcale delle intemperanze asociali derivanti dalla passione amorosa). La Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, anche in contrasto con i quattro vangeli sinottici, costituisce uno dei pilastri dottrinarî della misoginia e della ginecofobia che si stabiliranno nel mondo cristiano: ulteriore strappo rispetto al bacino naturale della vita e alle originarie prerogative creative e procreative della donna (cfr. 1Cor. 7,1-40; 11,3-10).
Nella crisi di valori e nella decadenza politica del tardo Impero romano, si assiste così a una progressiva diffamazione della sessualità, al deprezzamento della donna, nonché a una più rigida standardizzazione matrimoniale dei rapporti tra i due sessi e a un’apologia dell’ascesi, della ‘mortificazione della carne’. L’amore viene spiritualizzato, traslato verso un altrove metafisico; il discorso sull’amore verte allora sulla repressione delle istanze carnali e sull’Imitatio Christi, sancendo la necessità della sofferenza per entrare nel regno di Dio e la conseguente colpevolizzazione (e criminalizzazione) del piacere e del godimento. In tal senso, un esempio di indiretta e curiosa letteratura erotica cristiana è rappresentato dai libri penitenziali (VII-XI sec.), ossia dai manuali destinati ai confessori religiosi e contenenti l’elenco dei peccati da sanzionare, accompagnati chiaramente dalle rispettive tariffe penitenziali. La categoria più ampia, neanche a dirlo, era quella relativa ai peccati sessuali: il cosiddetto penitenziale di Burcardo di Worms (il Libro XIX del suo Decretum), risalente ai primi dell’XI secolo, enumerava, tra le altre colpe: varie tipologie di incesto e sodomia, sesso con animali (come a esempio pecore e volatili da cortile), masturbazione con attrezzi di legno, orgasmo in chiesa, ecc. (sui rapporti tra cristianesimo e sessualità: Karlheinz Deschner, Das Kreuz mit der Kirche, 1989).
In realtà, per secoli, le strutture ecclesiali cristiane, soprattutto a causa della frammentazione sociale e politica dell’impero, non riuscirono a impedire il formarsi di vaste sacche sociali in cui il cristianesimo delle origini era spesso ibridato con evidenti residui di paganesimo. I Barbelognostici (II-III sec. d.C.) credevano in un principio originario femminile, chiamato Barbelon, e si diffusero soprattutto in Siria ed Egitto, elaborando testi gnostici come gli Apocrifi di Giovanni e, presumibilmente, il Vangelo di Maria. I Fibioniti (III-IV sec.) erano una setta a sfondo religioso-sessuale, sorta ad Alessandria d’Egitto, che praticava orge e spermatofagia rituali. I Carpocraziani, presenti anche a Roma dal II sec., ritenevano che l’anima dell’uomo era stata intrappolata nel corpo da angeli decaduti (ossia da demoni) e da quel momento sottoposta alla sofferenza di incessanti reincarnazioni, pertanto pensavano che solo il rifiuto delle leggi del mondo (come aveva fatto, a loro dire, Gesù Cristo), insieme al perseguimento dei proprî desideri, potesse portare alla salvezza (alla riconquista del cielo); a tal fine praticavano il libertinaggio, il rifiuto del matrimonio, l’abolizione delle gerarchie sociali e la messa in comune dei proprî beni, in una sorta di comunismo ante litteram. Ancora nel basso Medioevo abbiamo movimenti ereticali che presentano chiare analogie con le sette gnostiche dei primi secoli della cristianità, come a esempio i Fratelli del Libero spirito (XIII-XIV sec.), i quali sostenevano di essere perfetti, puri di cuore, e di non peccare neanche compiendo azioni considerate solitamente immorali (come quelle sessuali), in quanto già investiti dello Spirito Santo (per approfondimenti: Raoul Vaneigem, Le Mouvement du Libre-Esprit, 1986). In seno alla stessa Chiesa, ci fu poi per tutto il Medioevo un lassismo e una tolleranza abbastanza diffusa, benché altalenante, verso le pratiche sessuali dei religiosi, almeno fino al Concilio di Trento (1545-1563), che ribadì e fissò con netto rigore il celibato per gli ecclesiastici cattolici.

 

 

Nel corso del Medioevo, i poteri religiosi e politici scateneranno una vera e propria guerra morale nei confronti della lussuria, che avrà il suo culmine con la Controriforma tridentina (seconda metà del XVI secolo). I tentativi moralizzanti della classicità, atti a mitigare le sregolatezze dell’amore e del sesso, si mutano così in una sistematica opera di repressione, nonché di progressivo occultamento della sessualità, mediante una riduzione colpevolizzante dell’erotismo nell’àmbito individuale e privato. Si ha parimenti un parziale slittamento semantico del vocabolo: il latino luxuria indicava le sfrenatezze in genere, il rigoglio, l’eccesso di vita – significato che si ritrova tuttora nell’uso di “lussureggiante” – e in ciò aveva sovente una connotazione negativa (cfr., tra gli altri, Marziale, Epigrammaton, Liber II, LXIII, 3-4; Liber XI, LXX, 11-12), tuttavia non era ancora limitato agli ‘eccessi’ sessuali, non veicolava già quell’accezione esclusiva che avrebbe assunto per definire e stigmatizzare il ‘vizio capitale’ legato alle cose del sesso (cfr. Tommaso D’Aquino, Summa Theologiae, qu. 153).
Restando in tema di parole, è ancor più significativo l’adattamento funzionale del latino medievale sodomia. Il termine, oggi desueto, nasce in àmbito religioso: Sodoma è infatti la città biblica distrutta da Dio a causa della ‘perversione’ dei suoi abitanti, i quali avevano tentato lo stupro dei due angeli (maschi!) ospitati da Lot (Genesi, 13,13 e 19,1-29).
Nel Medioevo, il vocabolo acquisisce tuttavia una preponderante valenza giuridica, finendo per designare un insieme piuttosto variegato di ‘crimini sessuali’. Partendo infatti dalla condanna dell’omosessualità maschile nel tardo diritto romano – la prima legge omofoba è la Cum vir nubit in feminam, promulgata dagli imperatori cristiani Costante e Costanzo II nel 342 d.C., poi ripresa e inasprita dal Codex di Teodosio II (439) e dal Corpus iuris civilis di Giustiniano I (VI sec.) – la parola “sodomia” viene estesa a svariate pratiche erotiche, anche molto diverse dal coito anale omosessuale, facendola così diventare, a tutti gli effetti, una vera e propria categoria repressiva. Ancora nel 1697, il giureconsulto Marc’Antonio Savelli, auditore presso la Rota criminale di Firenze, poteva scrivere: «Sodomia propriamente si dice quella, che si commette fra maschi […] Viene però anco sotto questo nome di Sodomia ogn’altro atto venereo contro natura, anco fra Donne, come fricandosi, ò con qualche instromento materiale facendo atti venerei, ò fra maschi, che con le proprie mani, ò l’un l’altro si cagionassero polluzioni […]. Siccome, se alcuno si mescolasse carnalmente con animali bruti, questo pure si dice contro natura del genere umano e viene sotto nome di Sodomia […]. Sodomia si commette anco fra Uomo, e Donna conoscendola carnalmente fuor del vaso naturale, ancorché fusse la propria moglie» (Pratica Universale, pag. 287).
Appare evidente che la repressione cristiana medievale finisca in realtà per far proliferare, benché in modo nascosto o indiretto, il discorso amoroso. Anzi, la stessa repressione, pur sollecitando rigorosamente una normatività matrimoniale ed eterosessuale, crea o induce simmetricamente un piano di affioramento, individuazione e rubricazione delle trasgressioni.
Le parole lavorano per il potere e, di converso, vengono usate per creare un àmbito parallelo di trasgressione e problematizzazione dei vincoli imposti dalle autorità costituite. La dialettica tra i due movimenti è una risultante socioculturale, che, a sua volta, va a incidere sugli strumenti di gestione del potere, sulla comunicazione pubblica degli elementi erotici e sulle capacità ricettive e critiche di coloro che esperiscono l’amore. C’è un continuo rincorrersi tra significati e significanti, benché all’interno di un dominio – quello erotico – che è comunque separato pubblicamente dal resto delle attività umane, sublimato com’è in dinamiche di valorizzazione (non solo estetizzanti) di ogni singolo frammento dell’amore e, generalmente, al di fuori di qualsiasi visione unitaria del mondo che non sia quella religiosa.
In altre parole, all’approssimarsi della modernità, si ha un massiccio imbrigliamento delle cose amorose in un àmbito particolare e rigidamente normato, anche per ciò che concerne le loro eventuali manifestazioni di rottura o negazione dello status quo. Abbiamo un amore – un flusso di passioni – che è sostanziato storicamente da precise codificazioni dei segni e dei comportamenti umani, e non semplicemente tramite prescrizioni morali e religiose, ma anche grazie all’amor cortese dei trovatori, allo stil novo e a tutte quelle ‘regole’ che, senza posa, fino ai giorni nostri, sono nate all’interno di espressioni separate socialmente dall’immediatezza degli affetti umani (soprattutto in àmbito estetico). Ma questo flusso di passioni ed espressioni amorose finisce per innestare puntualmente delle pietre d’inciampo all’interno dello stesso movimento dialettico che cerca di ordinarlo, di dirlo secondo le regole, e ciò nel tentativo sempre riproposto di abbattere ogni mediazione che si frapponga allo sviluppo condiviso dei godimenti umani.

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Il presente testo è il capitolo 7 del mio Il corpo esplicito. Foto (dall’alto in basso): Michael Donovan; anonimo; Jeanloup Sieff.

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