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Alcuni estratti dal mio Vieni: tumulto, carezza, scelti per l’occasione dalla dedicataria stessa dell’opera.

Le fotografie sono di Emanuela Cau, che ringrazio di cuore per avermene permesso l’utilizzo. Se non conoscete già l’arte di Emanuela, vi consiglio caldamente di seguirla sui suoi principali spazi web: < Tumblr > < Instagram > < Facebook >

 

 

Lo sperma delle parole è ciò che sorge sulle tue labbra quando pensi al mio cazzo duro, caldo, pronto a venirti in bocca con tutta la mia poesia.

Avevo bisogno di una nuova costellazione, di una costellazione tutta mia, così ho appeso le tue mutandine di pizzo alla lampada sopra il letto.

Nuda, insolubile, ancor più vicina all’esplosione, al senso.

Di fronte alla specchiera del comò, ti prendo da dietro, ti tiro i capelli, ti guardo godere, ed è come se lo specchio ti penetrasse insieme al mio cazzo e si scopasse, allo stesso tempo, anche la mia mente.
L’immagine riflessa di noi due che facciamo l’amore disegna il nuovo orizzonte dei nostri sessi: la chiara disposizione di un possibile che avviene (venendoci incontro) mentre noi veniamo.

 

 

Il tuo culo è la maggiore contraddizione del mondo fenomenico. Attraverso la sua epifania, le cose della carne si rivelano al mondo per ciò che sono – una frattura nel cuore della presenza – e il mondo non può più tenerle distanti e distinte da sé, ma deve prenderle senza possederle o deve possederle senza mai riuscire a ridurle dentro uno schema conoscitivo, dentro una ragione.

Oggi tira vento. Gli ulivi ondeggiano come un mare in burrasca. Mi manchi, ho una gran voglia, ma mi vengono in mente solo dei luoghi comuni del cazzo.
Inutile far poesia, quando vorrei solo sborrarti sulle tette.

Poi arriva la tenerezza, quasi in punta di piedi, e relega in un angolo della mente il sesso che urge, che mi scalmana.
Una tenerezza fatta di foglie che resistono alla tramontana, di gatti che ronfano e di mani che si cercano anche al buio, soprattutto al buio.

 

 

L’evidenza dei corpi viene posseduta e mediata da un nome, da un’identità che li governa, da una determinazione sociale che li massifica.
Nella diuturna ricombinazione dell’esistente, i corpi sono le notti bianche della materia, la misura di un ordine che nega ogni ordinamento e che si pone come ottuso rilancio delle proprie forme, della propria sostanza.

Sentirti dormire. Cullare con gli occhi la tua espressione di pace. Nutrire la mia notte accarezzando dolcemente le tue cosce nude.
Tutto quello che potrei mai volere dal fatto di vivere, è qui, ritengo che sia qui, ne sono certo, e niente potrà separarmi da quest’evidenza.
In un attimo di sovrana concordanza, vengo colmato da qualcosa che il corso della vita non potrà disfare.

 

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