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«Que dites-vous ?… C’est inutile ?… Je le sais !
Mais on ne se bat pas dans l’espoir du succès !
Non ! non, c’est bien plus beau lorsque c’est inutile !»

Edmond Rostand, Cyrano de Bergerac

 

patate-panorama-Laureana-Cilento

 

Giorni di stanchezza fisica e mentale. Ieri ho zappettato e rincalzato le patate su circa 50 mq di terreno. Nei giorni precedenti ho avuto invece svariati “coiti” col decespugliatore: è il periodo infatti in cui taglio l’erba nell’uliveto per un minimo di pacciamatura, come pure per limitare i danni nel caso di eventuali incendi estivi.
La fatica fisica ha comunque qualcosa di rinfrancante. Intendo la fatica come la vivo io, libera dai vincoli del lavoro salariato e subordinata solo ai cicli naturali, al meteo o alla mia voglia di fare. Non solo spazza via il superfluo dalla mente espellendolo come il sudore, ma ha una diretta, evidente connessione col divenire.
Lavorando la terra, e avendo a che fare con la vita delle piante, la fatica si collega senza mediazioni al mondo organico in cui va a incidere – e a farsi vita ulteriore – la forza che dispiego. In questo modo, la fatica non è “travaglio”, bensì operazione volontaria sull’ambiente circostante, nonché un saper governare le proprie forze e i propri limiti, così da raggiungere (o assecondare, o intensificare) alcune possibilità della natura.
Il saper governare le proprie forze, beninteso, implica sempre una potenza autonoma. Non una forza-lavoro asservita macchinalmente a una struttura produttiva sociale, quanto semmai, se mi si concede il neologismo concettuale, una poetenza, ossia una volontà autonoma e agente agganciata al fare poetico, alla costruzione immediata di poesia, e non alla rappresentazione, alla coazione rappresentativa o meramente riproduttiva.
“Fare poetico” è formula quantomeno tautologica, visto l’etimo di poesia, ma rafforza il tentativo di svincolare quest’ultima dalla facilità delle figurazioni o dall’intellettualismo fine a se stesso. La poetenza agisce come continua apertura di vie: si ripete e si sviluppa per intensificare i transiti, non per istituire perimetri; tuttavia, con buona pace di Rimbaud, usa sia l’aratro, sia la penna. (La poesia scritta è già una delimitazione, un cerchio magico, una fissazione della poetenza).

Stamattina mi rilasso ammirando le rondini che volano a bassa quota sotto un cielo gravido di pioggia. Il panorama si capovolge e i pensieri s’involano senza che siano necessarie le ali della fantasia.
Per intanto, avverto il cinguettio delle cinciarelle che hanno nidificato sopra la finestra del bagno. Sono uccellini deliziosi, dal piumaggio giallo e blu che li rende inconfondibili, e possiedono un’abilità funambolica nell’aggrapparsi ai rami più esili o addirittura alle asperità dell’intonaco di casa. Negli ultimi giorni, la loro attività si è fatta oltremodo frenetica. C’è una covata da sfamare, evidentemente.

Mi sento ormai come uno che abbia raggiunto un limite oltre il quale le parole diventano inutili. Ma non potendole uccidere, tocca accettarne il vano e impudico ritorno.
Mi si prospetta dunque il dispendio dell’inutile, che è forse l’unico modo per eludere l’economia del discorso e poter vivere – almeno a sprazzi – un’affermazione compiuta del senso.

Laureana Cilento, 12 maggio 2019. La foto in alto (piantine di patata e panorama) è mia, mentre quella delle cinciarelle è di Marco Marchelli.

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