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«There’s too much blood in my alcohol
Can’t get enough to numb me.»

Coil, Heartworms

 

L’amore che rivolgo alla mancanza di cause dell’universo, e questo cielo piovigginoso, questa carezza impacciata all’assoluto mondo.

La vita quotidiana è una lotta per il saper vivere. Una lotta, non un’acquiescenza. Un’appartenenza al proprio divenire, non una dipendenza. Ciò implica che il saper vivere abbia a che fare con la costruzione (con l’affioramento) di tutte quelle esperienze che ci fanno sentire compiuti, dentro il nostro mondo, insieme all’Altro.

Me ne sto a guardare una coppia di rapaci roteare nel cielo uggioso di maggio, quando uno di essi, perfettamente fermo in aria, si mette a scrutare il territorio sottostante.
I momenti che precedono la picchiata, tutti quegli attimi di emozionante attesa del possibile, sono il seme del divenire, il cruccio improvviso del destino, l’annunciazione dell’evento che compirebbe o rovinerebbe ogni attesa.

(Alza il volume, Mangone, fa’ tremare i vetri di casa e lascia che il punk delle mucose spazzi via dalla mente ogni ombra, ogni concetto malfermo, ogni ricordo ammuffito!).

La compiutezza è figlia dell’istante e del saper mietere. Non è universale o casuale. Universale può essere solo la rilegatura di talune esperienze in un tentativo di progetto, mentre il caso si rivela quasi sempre una terra incognita del nostro desiderio.

 

 

Sopra di me la manifestazione di ogni possibile, a un’altezza tale da non consentirmi neppure di distinguere una poiana da un nibbio. Parimenti (in pari volo), provo sempre la medesima gioia rapace nell’affrontare lo spazio aperto, nonché uno scarso affetto per le soste – pur necessarie – sui rami dell’idea.
Ho sempre creduto infatti che il senso stia più nella picchiata sulla preda, nell’attraversamento della decisione, e molto meno nel focalizzare la visione su aspetti periferici del desiderio.
Certo, mi si potrebbe obiettare che i dettagli sono quel qualcosa che dà un senso alla ripetizione di tutto ciò che vive e che soltanto essi riescono sovente a farci da segnavia nell’incessante ricombinazione degli elementi.
L’impuntarsi sui particolari rischia però di farci perdere l’ampiezza del possibile e di tenerci accartocciati intorno al facile, al garantito, consegnandoci acriticamente alle minuzie “domestiche”, inessenziali.

Sono arrivato al paradosso di avere un destino che non mi sopporta. Me ne accorgo dalla mancanza di considerazione che la morte continua ad avere nei miei confronti.

Riaprire ogni giorno la parentesi di carne che mi contiene e accogliere la punteggiatura incerta dell’eventualità. Accogliere la gioia e il disastro. Senza paura, senza discernimento. Bere fino a sposare ogni destino.

(Mentre voi decidete se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, io mi son già scolato tutta la bottiglia. Con tutto questo: there is still too much blood in my alcohol).

Ci sono di quelli che provano e riprovano un brano musicale, restando ligi alle indicazioni dello spartito, finché non sono contenti della propria fine esecuzione. Io, all’opposto, perseguo il fragore deragliante di un destino contro il quale lotto ogni giorno per il puro gusto di non darla vinta all’idea di morte legittimata dagli spiriti servili.
Però non mi si fraintenda. Mi occupo meno dei presunti umani e molto più di quel movimento che potrebbe riconsegnarmi, anche mio malgrado e in ogni momento, al bacino comune della materia vivente.

 

Laureana Cilento, 14-15 maggio 2019. Le immagini sono fotogrammi tratti da tre diversi film di Derek Jarman. Dall’alto in basso: The last of England (1987), Caravaggio (1986) e Edward II (1991). Sue anche le immagini del video dei Coil linkato dopo la citazione in esergo.

 

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