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Non dover mai credere a una fine,
a un inciampo.
Ti prendo per mano e
accarezzo le dita del pensiero.
Ridere degli esiti,
staccare le nuvole,
concepire la poesia come un
orgasmo della materia.
Il nostro desiderio sfiora le labbra del consenso e
interrompe la morte delle cose.

*

Tornare indietro,
molto indietro nella speranza,
e tirare la barba finanche a Dio.
Poco importa che tutto sia mortale:
il sudore, gli ulivi, la tua fica,
le chiesette di campagna;

la cifra bambinesca dell’amore
grida più forte del cielo vuoto.

 

 

*

Perché uscire dal labirinto, se là fuori
ci attende solo la morte di ogni smarrimento?
Mi faccio largo tra le primavere uccise
(che son la carne del mio futuro)
e mi perdo in te,
nella bellezza ironica del tuo sesso.
L’animale va in calore ai piedi di Venere
e le piscia addosso per
segnare i luoghi del ritorno.
Solo in quanto poeta,
sono limitato e stanco.

*

Al fondo di tutte le cose,
c’è una luce irrimediabile che
non so dire;
addensa le mie voglie,
rende patetica la carne,
prende i segni al laccio dell’imponderabile:
un verde più nero di tutte le notti
e che assedia impunemente le stelle retrive dei poeti.
Solo i tuoi occhi lo dicono,
lo mietono,
lo scopano.

*

Sei gatti, un cane,
il singhiozzo dei tramonti sulla
soglia di casa.
Ho voluto amarti e
mi si è riempita di sangue la poesia.

 

25 luglio 2019. Fotografie (dall’alto in basso): Rimel Neffati; Kristamas Klousch. [Buon compleanno, tesoro!]

 

 

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