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Frammenti testuali scritti fra il 13 e il 14 settembre 2019. La foto è mia: Epiphany In The Bedroom #1 [scattata il 27 luglio2019, con mirrorless Sony ILCE-6000L, obiettivo 16-50 mm, f/8, 1/125 sec., ISO-100, senza treppiede, lavorazione del file raw con UFRaw].

 

 

 

Dico troppo e non so più parlare.
Nei miei giorni, un misto di ferocia e malinconia, col quale intrattengo un me stesso che vuole ormai solo ascoltare o avvertire il suono della comprensione o ammassare le domande.
La ferocia di cui parlo mette alla prova il corpo indurendolo, facendolo faticare in mezzo agli ulivi, ricreandolo in gioie o costernazioni che hanno più di mezzo secolo di vita. Una ferocia curiosa, intraprendente. I miei muscoli la usano, ma non la trattengono, mentre i mattini ne fanno una libertà soffocante, difficile, che arma gli occhi e mi sbarazza di ogni superfluo.
Dall’altro lato del corpo, intanto, la malinconia nasconde gli anni, le disillusioni, ma non i giorni di pioggia o di collera inesaudita (allorché s’intasa di silenzi finanche la nudità della memoria). Succede allora che accarezzo i miei animali, le cortecce tiepide degli alberi, e i nomi delle cose si mettono a vorticare nell’aria, intorno alla mia testa, in una sarabanda festosa e inutile.

Il giorno era fuori di me e questo fuori mi apparteneva, era ciò che mi sottraeva alla possibile soddisfazione di uno spazio comune, consueto.

Es
temporaneo,
sedimento,
spore di bellezza,
botola celata fra le stanze della memoria.

Due rondoni attaccano una poiana
e il coraggio indossa una veste di carta velina.
Non ho freddo.
Le mani si tengono compagnia.
La rabbia del mio mondo si trasforma in muri a secco.