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Arkadiy Kurta, Honey and Prue, L'amore del possibile, la sola verità è l'indecidibile, Liberami dalla parola che dura
Testo proveniente da: Carmine Mangone, Il corpo esteso del possibile, Ab imis, 2026. Fotografia (dall’alto in basso): Honey and Prue; Arkadiy Kurta.
La parola che mi lega a te – dono della responsabilità – è quella parca sovversione che blandisce il vero nella dismisuranza di una prossimità sempre più lucidamente terrena.
Mi armo della presunzione che l’ultima parola del mio corpo non sia necessariamente la definitiva, la mortale, ma tutt’al più, in un orgoglio assai intempestivo, quella della prossima evenienza, del prossimo invito.
Il presente non porta con sé il rifiuto della parola, la denegazione del parlare, dello scrivere; eppure:
il libro fallisce,
l’oasi resta una parentesi,
l’amplesso col reale ci incomoda senza posa.
Strappare la pagina scritta e tornare a esser preda del possibile, del deserto sorridente, della sconfitta laboriosa.
State attenti alla pagina bianca – ci dicevano –, essa nasconde i futuri labirinti, gli occhi fiammeggianti del Minotauro. Non date retta al biancore che circonda le sue pupille. Abbandonate la Sibilla. Ordite una fiducia che non abbia alcuna veggenza da patire. Chiudete gli occhi. Abbracciate la notte solidale e indecidibile.
In ogni corpo da leggere, c’è ancora e sempre tutto un passato da scrivere.
Se il poeta sapesse cogliere la differenza tra sé e la sua idea di poesia, sarebbe un saggio, non un poeta.
La differenza è la morte felice del passato, la stella prematura del risveglio, l’intangibile lucore al centro stesso della mia fame di destino sempre più indecorosa.
Ogni affanno della poesia è una nota a piè di pagina dove il nostro corpo comune termina d’inscriversi e di volersi virtuale.
La periferia del senso è la casa del rinnovo, la trepidazione di un nido che non si sente affatto sfiduciato dai reiterati abbandoni del suo tepore.
Alla morte delle parole, la convinzione dell’alba entrerà nel libro.

