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Nel quadro di un mondo che non è stato trasformato in meglio poeticamente, il surrealismo ha fallito gran parte dei suoi obiettivi extra-letterari. Tale fallimento si ritorce in particolar modo contro quei surrealisti che si aspettavano tutto da un rovesciamento radicale dell’esistente.
Coloro che si sono adoperati concretamente per inverare le parole d’ordine del surrealismo, sono gli stessi che ancora oggi patiscono l’ostracismo più grave, e non solo da parte della cosiddetta “cultura ufficiale” (il che sarebbe comunque comprensibile), ma anche per mano degli esponenti mediatici di ogni pensiero fintamente progressista.
Tra i poeti surrealisti più interessanti, per quanto misconosciuto anche in Francia, bisogna includere necessariamente Jehan Mayoux (1904-1975).
Figlio di insegnanti e militanti anarcocomunisti, impiegato nell’istruzione pubblica egli stesso, Mayoux non si sottomette all’ordine di mobilitazione del settembre ‘39 e, revocato dall’insegnamento, viene condannato a 5 anni di reclusione. Evaso dalla prigione di Clairvaux in seguito ad un bombardamento, viene poi arrestato dai nazisti e deportato nel campo ucraino di Rawa-Ruska. Nel dopoguerra è reintegrato nelle sue funzioni, diventando successivamente ispettore scolastico, ma subisce nel 1960 una nuova interdizione professionale di cinque anni per aver firmato il cosiddetto “Manifesto dei 121” contro la guerra in Algeria. Partecipa al ’68 francese, sia a Parigi che a Montpellier, restando sempre fedele, fino alla morte, alle opzioni libertarie del movimento rivoluzionario.
Il poeta si era avvicinato al gruppo di Breton nel 1932. La sua firma, insieme con quella della prima moglie Marie-Louise, fa la sua comparsa in calce ad un breve testo di protesta in difesa di Louis Aragon, inquisito quell’anno per la poesia Front Rouge [1]. Mayoux farà parte del gruppo fino al 1967, quando sarà escluso per il rifiuto di firmare la dichiarazione Pour un demain joueur.
Lo stesso poeta, in una lettera a Claude Courtot del 27 dicembre 1967, quindi ad esclusione già avvenuta, sottolinea in poche battute l’importanza dell’esperienza surrealista: «Il surrealismo non è stato per me solo un’avventura intellettuale, ha avuto un posto importante nella mia vita affettiva. Sono appartenuto a diversi gruppi o raggruppamenti, ma da nessuna parte mi sono sentito “a casa” come al caffè [si riferisce all’abituale ritrovo dei surrealisti]. Altrove, sono sempre stato minoranza, o, come diceva mio padre, minoranza della minoranza, dunque in lotta, più o meno feroce, contro la maggioranza della collettività considerata. Tra i surrealisti, niente di simile; (…) mi sentivo alla pari con tutti, anche se resto incapace di spiegarmi il perché. Nella misura in cui mi sono manifestato, lo devo all’atmosfera del gruppo. So che ho ricevuto molto più di quanto ho dato, che il mio apporto alla vita collettiva è sempre stato modesto; credo tuttavia che non è mai stato negativo» [2].
La produzione in versi di Mayoux, quando non accoglie una forma intimista o quasi epigrammatica, ricorda molto da vicino quella del suo amico Benjamin Péret. Stessa verve, stesso gusto per l’inusitato, stessa facilità nell’accumulare immagini di sconcertante bellezza [3].
Leggendo i suoi testi, assaporando la densità e il dispiegarsi perentorio della sua poesia, se ne coglie ancora oggi il temperamento, l’intransigenza, finanche quella punta di zelo che, a quanto pare, era una caratteristica dell’uomo. Secondo la testimonianza di Courtot, infatti, Mayoux «aveva anche tutti i difetti di un Ispettore (non si occupa impunemente quella funzione!): era atroce per le critiche miopi e sistematiche. Un esempio: quando gli inviai il mio libro su Péret[4], mi rispose con una lettera di 5 pagine. Una mezza pagina per ringraziarmi dell’invio e parlare della necessità del libro e 4 pagine e mezza per indirizzarmi delle osservazioni critiche sulla forma (occorre una virgola qui, un punto là, evitare questa o quella ripetizione, ecc.) quando il libro era pubblicato e non vi si poteva più cambiare nulla»[5]. Tuttavia, Mayoux – ed è sempre Courtot a parlare – era altresì un «amico molto caloroso», che «poteva dare prova di parecchio humour», come quando «ridicolizzò letteralmente il tribunale (la sala era morta dal ridere) durante il processo alla rivista Coupure» nei primi anni Settanta [6].
Mayoux era dunque severo, rigoroso, esigente fino ad infastidire, ma sapeva anche essere sereno e puntuale nell’analizzare le proprie contraddizioni. Mantenne per tutta la vita delle posizioni nette, sostenendole con una tensione poetica che mai sarebbe venuta meno, neanche nei momenti peggiori. La bellezza dei suoi versi – se per “bellezza” si può intendere quella stessa tensione – ci dà allora, con estrema limpidezza, un’idea dell’uomo, del libertario, dell’amante appassionato la cui esistenza non si è mai arenata sui lidi desolati della mediocrità circostante.
«Dal canto mio, credo alla malvagità universale dell’autorità. Il mio lavoro, così come il surrealismo, mi ha obbligato tutta la vita a riflettere sul problema della libertà, sulle condizioni di esistenza della libertà. Se l’educazione data ai bambini e agli adolescenti, nell’insieme, è deplorevole e dà dei risultati così detestabili, è perché (malgrado le affermazioni contrarie) si basa interamente sull’autorità e sul tono comminatorio. Che non sia facile stabilire delle relazioni basate su cosa diversa dall’autorità e dalla minaccia, lo so meglio di altri. Nondimeno, è ciò verso cui bisogna tendere»[7].


[1] L’affaire Aragon; cfr. Tracts surréalistes et déclarations collectives (1922/1969), tome I, Présentation et commentaires de José Pierre, Losfeld, Paris, 1980, pp. 204-205 e 208-209.

[2] La lettera di Mayoux mi è stata comunicata nell’agosto 2002 da Claude Courtot. Claude ha fatto parte del gruppo surrealista dal ‘64 al ‘69 (anno del suo scioglimento).

[3] Non è un caso quindi che Mayoux sia stato l’autore di uno dei primi lavori critici dedicati a Péret: Benjamin Péret, la fourchette coupante, in “Le surréalisme même”, nn. 2 e 3, 1957.

[4] Si tratta di Introduction à la lecture de Benjamin Péret, Le Terrain Vague, Paris, 1965.

[5] Claude Courtot, lettera a Carmine Mangone, 20 agosto 2002. Vi si trovano anche gli apprezzamenti che seguono.

[6] Si trattava del processo per il sequestro del n. 4 di “Coupure”, uscito nel giugno 1970. La rivista era diretta da Gérard Legrand, José Pierre e Jean Schuster.

[7] Lettera di J. Mayoux a Vincent Bounoure, 15 febbraio 1968; trasmessami da C. Courtot, al quale era stata inviata in copia dallo stesso Mayoux.

“Amo una donna piu bella di un imbarcadero…”[1]

Amo una donna più bella di un imbarcadero
più dolce dei trasporti pubblici
più intelligente del grisù
più presente del giro del mondo
più ingegnosa della piuma nel tubo di Newton
più spirituale della marea
più saggia della fretta dei suicidi
più nuda del muschio
più discreta della scorza del tuono
più silenziosa di Parigi
più gaia di un grano di sale
più leggera di un coltello
più calma di un alveare
più sensibile di un precipizio
più avventurosa delle pietre
più chiara del sangue
più bionda di un quadrante
più bruna della pioggia d’estate
più voluttuosa di una guglia
più fiera di un soffitto
più delicata del granito
più elegante dei licheni
più fedele del verderame
più segreta dell’ora presente
più vibrante dello sperma
più trasparente di un gesto compiuto in sogno
più crudele della rugiada
più inventiva dei numeri primi
più arborescente di un uovo
più strana del segno +
più passionale delle carreggiate
una donna simile a una donna

Casa stregata[2]

Scrivo con un guanto
Sulla porta delle vacanze
Il mio disegno fende
L’abbeveratoio
Tutte le vacche se ne vanno
A giocare a bridge
Dalla guardia campestre
L’acqua del ruscello
Non è maggiorenne
Sa dare la mano
Una notte
E ancora una notte le cosce nude
Il merletto di PARIGI

Contro i muri[3]

Stella per un verso rimbalzo dall’altro
Balestra senza rimorsi
Viva
Abitante dell’azzurro cupo e dell’Australia dei baci
Sirena di scuola delle ombre
Incontenibile come la marea del sesto piano
Tu muovi le tue gambe di fiamma
Nude come seni
Gaie come una frusta
Un contrabbando di desideri
Consuma gli incroci i sorrisi i gusci vuoti
Mentre tu appari scompari ripari
Doppio fantasma solitario
Sotterraneo nuovo vampiro
Inventivo

Al vaglio della notte[4]

frammenti

*

Intemperante ieri e domani
Pesante come una donna truccata
Arsenico amico mio
I grandi cipressi ti hanno detronizzato
E non hai scarpe per ridere
Né bretelle per piangere

*

Una spalla di pomeriggio
Chiede la frusta
La corteccia ride come uno specchio
L’acqua ripete con mani di neve
Bisogna proprio che le parole se ne vadano
Spalla nuda
Albero d’ombra e di fuoco

*

Una donna che sa mostrare le ginocchia
Non balbetta mai
Neanche se cade in un pozzo
Neanche se incontra un automa
Che le offra una sigaretta di dimensioni inusitate

*

Avevo costruito una poesia di legno
La casa quel giorno
Era così piena di cicale
Da perderne la memoria

*

Uccidere la propria madre è un bisogno come un altro
I poteri pubblici lo ignorano
E le pietre miliari fanno il bucato
Senza tenerne conto

*

La tua bellezza mi ha regalato gli occhi
Di ogni libertà
Cento donne con sguardi da cartolina
Recitano la tua assenza

[Traduz. di Carmine Mangone. Le illustrazioni, dall’alto in basso: 1) Mayoux in un ritratto di Hans Bellmer per “Au crible de la nuit” (1948); 2) disegno di Yves Tanguy per “Ma tête à couper” di Mayoux (1939)]


[1] La poesia è tratta da Ma tête à couper, G.L.M., Paris, 1939.

[2] Maison hantée. Ibid.

[3] Contre les murs. Ibid.

[4] Frammenti estratti da Au crible de la nuit, G.L.M., Paris, 1948.


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