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[Alcuni estratti dalla mia chilometrica prefazione a: Isidore Ducasse conte di Lautréamont, Dieci unghie secche invece di cinque, Giunti, 2005. L’illustrazione è di Antonello Bancaruta Campus.]



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«La poesia deve avere per scopo la verità pratica», affermava Isidore Ducasse in Poésies II. Ma cosa si deve intendere per “verità pratica”? E soprattutto: quali implicazioni occorre dare al termine “poesia”?

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L’uomo cerca la verità. La verità agisce nella sua opera. Ogni uomo è un criterio di verità. Date queste premesse, l’oggettività non esiste, e l’idea che si mette a fuoco è sempre una tappa, mai un traguardo.

Chi difende per partito preso le proprie idee, senza verificarne la rispondenza al vero sui piani variamente intersecati della realtà materiale e dell’azione umana, s’irrigidisce stupidamente in un uso strumentale e nevrotico della conoscenza.
L’uomo si mette in opera, trasforma il mondo, nega l’esistente e lo ricrea. Eppure, lo scopo sostanziale della sua ricerca non è l’opera in sé, ma la verità del suo mettersi in opera, ossia la verità pratica della sua opera, dove per “verità” non si deve certo intendere l’affermazione di un contenuto ideale e statico, bensì il movimento (la pratica) che trova una rispondenza fedele e sensibile nell’esistenza degli individui, e che concretizza nel suo sviluppo – in sprazzi di vita davvero vissuta (tautologia meschina, ma quanto necessaria!) – l’azione autonoma e consapevole della volontà; giacché la verità, se non è giudizio morale, né tanto meno valore assoluto, deve farsi piena adesione al movimento di una materia umana che si vuole come relazione e libertà.

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Il ventiquattrenne Isidore Lucien Ducasse viene trovato morto la mattina del 24 novembre 1870 nella sua camera in affitto al n. 7 di rue du Faubourg-Montmartre, mentre la città di Parigi è ormai assediata dall’esercito prussiano da più di due mesi.
Benché le circostanze della sua morte restino tuttora un mistero – e per quanto la tesi del suicidio non possa di certo essere scartata del tutto –, fu probabilmente una “febbre maligna” a portarselo via, come sostiene Genonceaux nella prefazione alla sua riedizione dei Canti di Maldoror del 1890.
Di Ducasse ci restano i sei canti dell’epopea maldororiana, firmati con l’ormai celebre pseudonimo “conte di Lautréamont”, i due fascicoli delle Poésies (che in realtà raccolgono massime, aforismi e pensieri di critica) e sette lettere, l’ultima delle quali, indirizzata a Victor Hugo, è stata scoperta nel 1980.

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In ambito culturale, il ruolo giocato da Lautréamont/Ducasse è di primaria importanza. Insieme a Sade, è colui che con ogni evidenza, e ben prima delle avanguardie storiche del Novecento, ha inferto i più gravi danni all’edificio della letteratura occidentale, ponendosi per di più – a differenza di Sade, dei dadaisti e di molti altri – in un’ottica non semplicemente negativa. Il maledettismo di Maldoror, dopo aver affrontato strenuamente Dio e gli uomini, non esita a dare forma al suo stesso rovesciamento, generando quelle contraddizioni che andranno poi a riverberarsi e ad agire, almeno in parte, nelle dichiarazioni di principio delle Poésies.

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Se la poesia va intesa come un’attitudine libertaria nei confronti del mondo circostante, al fine di goderne più o meno compiutamente (non avallando certo le idee o la mancanza di idee di coloro che gestiscono o legittimano il potere), allora la stragrande maggioranza dei cosiddetti poeti non ha niente a che vedere con la poesia.
La poesia comunemente intesa si limita a modifiche di poco conto dell’immaginario capitalista, impiegandosi tutt’al più nella gestione delle presunte alternative alla logica dominante del discorso. Tenendosi pertanto al riparo dai conflitti della vita reale, il poeta non fa altro che celebrare periodicamente una ricognizione idealistica e patetica della propria libertà di parola.

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Ogni opera dell’ingegno umano conserva tracce del movimento creativo e materiale che l’ha generata. Ma studiare la regolarità di queste tracce, se non si resta aperti alla ricerca, conduce spesso alla superstizione dell’universalità, alla rincorsa di una totalità astratta e monolitica, mentre l’insieme delle “cose umane”, a ben guardare, specialmente dopo la morte di Dio (il grande collante universale), è sempre stata e sempre sarà alla mercé del dettaglio.
La civiltà annoia. La “prosaicità” del realismo soffoca la meraviglia. Non c’è vita, non c’è salvezza nell’equilibrio. Solo la frammentarietà della poesia e del pensiero filosofico più eterodosso, è ciò che meglio può rendere la verità del movimento, perché essa lo evoca, lo prepara, lo sottrae alla significazione ultima, ne mantiene l’apertura decisiva verso il sopravanzare delle diverse realtà che lo originano, designando parimenti quella regione dove tutto il reale esiste o resiste nel frammento, dove ciò che è avvenuto è tuttavia da ricominciare, e dove ciò che ricomincia non sarà mai sede dell’inerzia mentale.

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C’è un passo di Poésies II«La poesia deve essere fatta da tutti. Non da uno» – che è diventato nel corso dell’ultimo secolo l’idea forza di tutte le esperienze radicali che, partendo da un contesto culturale, si sono poste come obiettivo primario la trasformazione in meglio delle condizioni dell’uomo.
Elaborando una concezione poetica dell’esistente, che mira all’unificazione, alla condensazione di vari aspetti del mondo in un’unità spazio-temporale piacevole e concretamente determinata, si è passati da un’idea tutta culturale della poesia ad una pratica reale – in sostanza una “poesia vissuta” – che solo in parte deriva da quell’idea.
Creare lucidamente la propria vita, avendo come scopo il raffinamento e la condivisione più ampia possibile delle qualità umane, è stato il fondamento degli interventi poetici più avanzati.
In verità, sussiste pur sempre una vecchia idea di poesia, legata ad un vecchio ordine di cose, che crea una specializzazione e un ruolo, quelli del “poeta”, mantenendo la poesia in un ambito separato e inconcludente. In tale ambito, distaccandosi dalla realtà, rappresentata magari in modo scadente o anestetico, si finisce per non avere né l’intelligenza delle parole, né la volontà di ricondurle alla loro origine – ossia ad un’esperienza diretta, intensa e sensibile del mondo – al fine di riviverla immutata o accresciuta nell’immediato.

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L’Internazionale situazionista (1957-1972) si è posta inizialmente come la definitiva avanguardia artistica, per poi intraprendere una ricerca sperimentale di strumenti, tecniche e “situazioni” coi quali costruire una vita quotidiana libera e appassionante, articolando in tal modo un originale contributo teoretico e pratico, culminato nei moti rivoluzionari del maggio ‘68.
Unendo critica, poesia e progetto rivoluzionario, i situazionisti hanno cercato di darsi un’idea coerente del mondo al di là di tutte le preoccupazioni estetiche, con il fine dichiarato di creare una critica generale dell’esistente che non restasse separata da un’esigenza immediata di libertà.
Il poeta singolo, il “bardo”, l’autore individualizzato – con la sua poesia “personale” – lascia il posto ad un soggetto poetico collettivo, ad una poesia “impersonale” (per dirla con Ducasse) tendenzialmente anonima e a più voci, che realizza un’idea offensiva e libertaria della poesia.
La poesia si riallaccia così al suo etimo greco, al verbo poiein, e ridiventa una pratica, ossia un saper fare, un voler fare, a dispetto di tutte le cristallizzazioni culturali.



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