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Gli ultimi due paragrafi del mio testo L’amicizia è sempre una poesia faziosa, che fa da appendice all’ebook di Roberto Belli: Il corpo che non ho ancora scritto, Maldoror Press, 2011.

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3

Gli amici non hanno paura della morte. Serrano le fila e son contenti così. D’altronde la morte c’è e non c’è. Voglio dire: sappiamo che c’è stata, che accadrà di nuovo e non ci nascondiamo certo in modo puerile il suo incessante ritorno, ma non per questo ci vogliamo succubi del morire, delle sue dinamiche e di questo suo sprofondare continuamente parte del mondo nei limiti della società umana.
L’affetto – il cameratismo tra i viventi – cerca di allontanare la morte il più possibile e lo fa combattendo la banalità del morire, perché la morte non è un limite, bensì più propriamente un’ipotesi di fine o di passaggio, mentre l’inerzia dell’uomo è sempre un limite alla sua azione e allo sviluppo della sua unicità (con buona pace del caro vecchio Cioran e di tutti i pessimisti à la page che credono sostanzialmente alla dannosità del movimento).
L’amicizia presuppone sempre una qualche forma di fedeltà, di aderenza. Come accettare di parlarne, di assecondare quindi qualcosa che ci subordina ad un’altra presenza, se non sapessimo che senza di questa ci ridurremmo in qualche parte all’insignificanza o all’indistinto?
Si veglia insieme, si monta la guardia insieme. Si cerca di preservare l’essenziale in un movimento sempre riproposto e da rilanciare. La nostra difesa non è conservazione, non potrebbe mai esserlo, mancandoci la parola dell’elogio che viene dal servilismo. La nostra difesa è rigore e gioco nell’atto di ricordare e manifestare la paradossale dipendenza che nasce e rinasce senza posa da un’estrema indipendenza di giudizio.
L’amicizia è quello spazio attraversato dalla parola e dalle emozioni che si fa luogo comune e comunardo. Onestà, onore: stesso etimo, stesso movimento di congiunzione e autonomia collettiva.
Ogni evento particolare che frastaglia questo movimento, quando non lo interrompe, è una ridefinizione di ciò che lo apre alla prossimità, al sempre-qui, alla volontà acerrima che combatte la necessità.

4

C’è una ricerca spasmodica di senso. Una ricerca incessante, orgogliosa, che deriva dal nostro bisogno di un territorio, di uno spazio dove poterci sentire parte integrante dell’esistente. Abbiamo bisogno d’un ritaglio di mondo che si faccia dimora, in cui cioè poter acquisire una nostra realtà e abitare sicuri, mappandovi le linee di transito, i nascondigli, i confini mobili dell’ignoto.
Il mondo che abitiamo è fatto di parole, voci, suoni. Non solo di materia e corpi.
Nel nostro mondo, le parole sono come segnavia – fissano i luoghi comuni in alleanze di segni e in senso condiviso – ma diventano ponti allorché ci incitano all’oltrepassamento dei luoghi comuni e al loro ridisegno.
Laccio emostatico dell’impossibile, passerella tesa sopra un abisso colmo d’eventualità: la poesia è uno di questi ponti, di questi lazo dell’amicizia, soprattutto quando esula dall’idea maggioritaria e patetica di un genere letterario.
Nell’aria, nella distanza, tutto deve turbinare. La stasi preserva l’adiacenza, ma uccide la prossimità. Non si scrive mai per intero l’idea dell’amicizia. I legami devono restare opere aperte, misure estreme contro la banalità del morire. Solo così il nero resta un campo di possibilità e reca in sé i nostri corpi odierni e a venire.

Prima decade del novembre 2011



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