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Forse avrei potuto intitolare il presente testo: Della morte ontologica del libro, oppure Nuove tendenze nel sottrarsi all’inscrivibile.
Forse avrei potuto fare il poeta, nella mia vita, o l’idraulico, l’apicoltore. Invece no.
A quanto pare non riesco a star fermo dentro le parole, dentro un ruolo.
C’è chi nasce sordo alla bellezza e chi si scopre allergico ad Hegel; chi usa le reti a strascico e chi i retini per farfalle; chi ama i cani della cultura e chi gli ornitorinchi o i gatti a nove code. Qualche problema?
Il presente testo ha molte pretese e si pone di default come incessante pre-testo. Ma lo capirete solo vivendo(lo).
Nasce ufficiosamente come risposta ad un articolo di Mafe de Baggis sul blog di “Vanity Fair” (La voce della scrittura digitale) e ad alcune decine di slide su nuova editoria, flussi di scrittura e dinamiche digitali di Filippo Pretolani e Mario Pischedda (99 idee per l’editoria). 
Le illustrazioni che danno o tolgono ulteriore senso al mio post sono di Antonello Bancaruta Campus, vero mito(grafo) dei miei giorni.


1. Fulmine, parafulmine e derivati

Io vengo scritto dalle mie letture e vi leggo tutte le volte che scrivo nella mia mente e sui diversi corpi che fanno il mio mondo. La qual cosa, senza requie, mi arma contro le disarmanti scempiaggini di chi vorrebbe recintarmi dentro un’idea, dentro una proprietà, dentro il Libro.

Un pensiero non è già un libro d’elettroni?

Spro-logos.

Ridiventare nomadi. Nomadi, intendo, non certo degli sprovveduti bohémien. Niente di più eversivo, oggi, che ricrearsi un deserto da attraversare disertando ogni carovana. Bombardare le proprie idee e creare deserto. Rimuovere le macerie e piantare giaggioli per omaggiare la tabula rasa.
D’altronde, vivere il flusso non significa essere succubi del movimento, né tanto meno dei semplici “utenti”, bensì trovare un andamento, un battito, una qualità nel proprio muoversi insieme alle altre presenze, alle altre qualità del vivente e dell’inorganico. Il flusso non è uno, ma può diventare unico. Il che non rappresenta certo una differenza sottile. – Diventare tanti piccoli Omero. Divenire-libro-aperto. Deframmentare la civiltà e i suoi oggetti. Sbrigliare l’ornitorinco che è in noi.

La gente respira, mangia, scopa, scrive, legge e circola senza gioia. Che la civiltà del Quaternario sia irrimediabilmente autistica?
Vi obbligheranno a linkarvi alla loro Storia senza fare storie, come tanti piccoli duchi di Blangis in castigo dietro la lavagna. Il sadismo è cosa ben diversa dall’essere sadiani.

Lungo la deriva che è la mia vita – una deriva senz’alcun naufragio involontario – io ho raccolto gesti, sorrisi, parole.
In tutto questo, il criterio principe è sempre stata la formulazione di un’amicizia nei confronti del mondo. Scintilla fra le scintille, e più vitale della stessa idea di vita che avevo, ho sempre cercato di non spaventare la muta di lupi che risiede nell’umano.
Paradosso di certe libertà inconfessabili: l’avere per amico anche l’inumano (l’immateriale) che è dentro di sé.



2. Un’Odissea tascabile per i poveri di spirito? Lungimiranze. Stretta di mano a Gallizio

Va tutto bene, quando non ti fai ammazzare dal superfluo.
C’è un superfluo dei gesti, un superfluo delle parole, finanche una frammentazione del superfluo che s’insinua in tutte le altre frammentazioni. Il che implica, ne converrà anche il poeta che si ottunde in me, la necessità di una potatura.
Sfrondato il superfluo, perché di questo si tratta, non avremo necessariamente una diminuzione di senso, bensì un aumento di potenza dell’enunciato e della sua deriva. O, più esattamente, una condensazione ad ogni picco di senso, ad ogni colpo d’ascia.
Abbiamo avuto potatori inestimabili tra i letterati: l’Artaud manicomiale lo era, o il primo Ballard, o il Rimbaud mercante in Africa.
Ad ogni colpo d’ascia, un pezzo d’albero viene giù, e noi ci accasiamo nel gesto e nelle parole che ricordano il gesto. Ma ricordiamoci che la casa non è mai data solo dal tetto o dalle fondamenta. La casa è data quasi esclusivamente dal possesso della soglia.

– Fammi capire, ma tutto ‘sto sentenziare su case, soglie e dintorni che diavolo vuol dire? Che c’entra tutto questo con le Lettere, il Libro e i numerosi facitori di carte inchiostrate?
– C’entra, c’entra. Ogni scribacchino, come pure ogni nipotino di Manuzio, si crede invariabilmente l’agrimensore di turno, il dicente definitivo, invece si rivela quasi sempre un pessimo architetto. Hai presente la Torre di Pisa? Potremmo vederla come una sorta di détournement ordito dalla geologia ai danni di 3-4 architetti toscani che neanche più vale la pena ricordare qui. Detto questo, hai mai notato come pende anche la torre di Babele capitalista con tutti ‘sti libri?

Barricate immateriali, ebbre di sapere, al limitare dell’opera.

Ho parlato di possesso della soglia, non di proprietà. Come dire: la differenza tra il cavalcare un cavallo e il tenerlo chiuso nella stalla.

Anche le zampe dei libri si atrofizzano.

Abbandonare la gravità dell’opera alle contraddizioni dei ruoli e all’archeologia della cultura. Praticare l’intensità; abbattere i microfascismi e le demo(teo)crazie che mantengono il sapere dentro il disastro delle strutture; scrivere come surfisti.

L’intensità è il possesso dell’onda, dell’adiacenza tra onda e onda. Non la proprietà, non il governo di una nave.

L’unità si sbriciola, i numeri si sparpagliano. Meno di un volume, più di una superficie.
L’immateriale non è il contrario del materiale, né una semplice eco. Qui non ci sono clessidre da rovesciare. L’immateriale è la qualità della voce che non si costringe dentro i calcoli.

Rilassante lettura? Ma la lettura per me è come un prolasso della mente! È un’esperienza, un tracciamento della presenza!

Fino a prova contraria, gli amici del cimitero sono i nemici della vita. L’impermanenza è il carattere dell’unicità, la qualità dell’esperienza. Solo i cuori brillanti hanno emorragie di senso.
L’ho già scritto altrove: farsi fiume, darsi mare. Lo scrivere sull’acqua è gesto mirabile, irrecuperabile.
Gli umani passano dall’acqua delle profondità alla luce dell’evidenza. La nascita è questo. Anche la nascita dell’opera, di qualsiasi opera.
E se potesse esistere un processo inverso? Se potessimo scongiurare la morte (la foce) reintegrando le fonti dentro l’unicità qualunque di un flusso?
La nascita è la pubblicazione di un corpo organizzato, di un dispositivo organico e funzionale. Trame di potere s’insinuano già nel piccolo cabotaggio del respiro. Abbiamo vidimato la presenza in ogni segno. Abbiamo confuso l’impressione con la stampa. Puerile ricordo di tuffatori arcaici che timbrano l’acqua.

Siamo pubblico o pubblicani?

Pensiamo alla figura dell’editore, a questo fabbricante seriale di impressioni… Il suo orizzonte rimane una gestione autoritaria dei segni – una valorizzazione tendenziale, incessante e quasi automatica di tutti i segni di pubblico dominio, ma sempre riportata ad un oggetto, ad una contenibilità dei segni stessi.

Non ho mai capito perché dovrei pensare, dentro una precisa scatola, sempre le stesse parole.
Catalogare è noioso, se non rimane aperto alla violenza su ogni registro simbolico. Si tiene al traino del tempo lineare, agganciato da secoli all’ora et labora; chiuso, rispettoso dei punti, disperatamente ancorato ad una rilegatura.

Forse il problema reale è questa confusione tra reale, virtuale, attuale. Forse bisogna inventarsi un nuovo concetto, un nuovo errore. Un errore operativo e stupendo.

Parlando di “rilegature”, sfociamo necessariamente in questioni teologiche. Il rilegare, come pure il conseguente catalogare, è sempre il prodromo di una qualche forma di adorazione o, peggio, di qualche fideismo più o meno manifesto. Solo i chierici legano, conservano, inventariano. Gli spiriti peccaminosi invece dissipano, anche quando legano o si legano.
Colui che rilega combatte invariabilmente contro le ingovernabili manifestazioni dell’oscenità. Chi cataloga non fa che ricondurre dentro un logico e robusto contenitore (una scena determinata d’autorità) tutto quel che può essere valorizzato proficuamente.
La creatività è sempre oscena, arbitraria. Luogo comune dell’anarchia. Il resto è solo fabbricazione di prodotti per la cura palliativa della mente.

– A poco a poco abbandonai l’idealismo e giunsi a cercare l’idea in ogni flusso. Il presente doveva morire per rinascere pubblicità del vivente in ogni presenza.

Bisogna farla finita anche con la dialettica della negatività. Il principio motore non esiste. La macchina è senza conducente. La realtà non è un’unità. Esiste rilegatura solo nella rappresentazione. La realtà è morta. La rilegatura è la morte. Resistono solo le contraddizioni e la gioia di sormontarle. Voi siete vivi.

Il concetto di pubblicità concerne la tappe della realtà, della verità, nonché dei loro residui e surrogati. Esso porta in sé, come una piena sempre in divenire, ciò che resta della presenza agente sotto le sue apparenze valorizzate. Il che, in altre parole, significa che va compreso, analizzato e trasmutato il ritornello ossessivo dello spettacolo capitalista, ossia: il bisogno di praticare la pubblicità per praticare l’umanità.

Dove l’idea della pubblicità ha smaterializzato anche la res pubblica, il rendere pubblico parti del mondo diventa una restrizione sia del vero, sia del falso, e tutto questo in una sfuggente ma palese indistinzione che annichilisce la presenza del vivente sotto la cappa di una insensata e perenne attualità.

All’interno delle nostre conversazioni – delle nostre “chiacchiere” – si palesa la progressiva sparizione dei luoghi comuni della sovranità, a beneficio di una immane accumulazione della stessa in nodi della rete che non possiamo verificare.
In mancanza di una tale verifica, la forma di governo che chiamiamo “democrazia” rivela tutti i suoi bluff.
Non essendo padroni dei nostri segni e delle relazioni che essi intessono, siamo ormai come tanti liberti che credono stupidamente ad una mitica identità di forma e sostanza all’interno delle rappresentazioni simboliche del potere.

E qui mi viene in mente il “tolemaico” di Gottfried Benn… Figura senza volto e che, in un mondo dove tutto gira intorno a tutto, diviene vettore della presenza e amico dell’unicità in divenire.

«Io non so raccontare. Ma ho sempre fatto storie.», C. M., Così perdutamente umani, 2010.

La crisi riguarda tutti i contenitori. Ed è originata, a livello simbolico, dalla frammentazione dei sistemi di pensiero.
Si frammenta per governare meglio. Ma il governo della frammentazione conduce inesorabilmente ad un controllo frammentario, spettrale. Microfascismo in ogni segno valorizzato.

Su scala generale, è il fare opera ad essere in crisi. Non la scrittura. La scrittura si adatta ad ogni supporto. L’opera, no. L’opera si pone uno scopo. E la rigidità dei fini può accogliere solo mezzi altrettanto rigidi.

Si fa un gran baccano intorno alla giustezza di questa o quella cornice. Intanto, quasi nessuno nota la pochezza del contenuto. La chiacchiera invade, si autogiustifica.

La lettura è nata prima della scrittura. Si legge anche una pietra, un odore. La lettura non ha bisogno della Storia, si accontenta dei percetti. La scrittura, invece, è catturata dentro la Storia, il dominio, i concetti. La pubblicità stessa nasce con il tracciamento e la gestione autoritaria dei segni. Ma la scrittura non è una serva predestinata del potere, soprattutto quando riesce a riverberare e a rendere toccante la potenza dell’umano che si ripensa gioiosamente e senza posa.

Al contrario, il libro, come oggetto materiale, appartiene ai tentativi di rilegare e padroneggiare i saperi dentro un’idea sostanzialmente unilaterale della loro trasmissione.

Non credo che ci siano troppi scrittori. Credo invece che ci siano troppi scrittori alla ricerca di un editore.

«La poésie doit être faite par tous. Non par un.», auspicava il mio caro Isidore Ducasse uscito malconcio dalla stesura di Maldoror.
Purtroppo, la sua formula, volgarizzata da surrealisti e situazionisti, è stata intesa in senso democratico, non in senso anarchico.
Da ciascuno secondo la sua creatività, non può significare (io semplifico): a ciascuno secondo la sua confusione po-etica.
Non si possono più tollerare i rivendicatori dozzinali di pubblicità. La piccola infamia dei sedicenti poeti è il loro credere nella necessità d’un editore. Così facendo, non s’avvedono di quanto il mondo sia diventato improvvisamente aperto e disponibile nei confronti della bellezza esiliata.
Intendiamoci: qui per “poesia” non implico banalmente il genere letterario che si chiama tale (e che io chiamerei più propriamente logosofia), bensì la qualità di ciò che non è riducibile dentro gli schemi della valorizzazione e che ci lancerebbe ben oltre il possibile.
[Abbiamo sormontato il Ducasse delle Poésies da un bel pezzo. Con buona pace di Breton e Debord.]

Il libro deve farsi libro aperto. Il punto finale non ha alcun senso.
Rimodellare gesti, frasi, corpi senza organi. Fare corpo con ogni libro che è nella testa, nonché fare libro di ogni corpo che si muove al mondo.

McLuhan non ha tenuto conto degli elementi primordiali. Ancora “troppo umano” e razionalista, quando vede dei nessi tra ruota, bicicletta ed aeroplano. La ruota non è umana, è cosmica. Basti pensare alla forma tendenziale dei corpi celesti e ai loro movimenti (ad esclusione del buco nero: il buco nero è l’impossibile, è la morte della morte). La ruota è piuttosto un accrescimento delle gambe, non un ponte verso il cielo. Per quanto riguarda la bicicletta applicata alle ali, per restare ai primi tentativi umani di volo con gravi più pesanti dell’aria, si è trattato solo di un modo dozzinale (ma decisamente creativo) per colmare la nostra mancanza di una portanza simile a quella degli uccelli.

Ecco. Occorre studiare la portanza di cui è privo il sapere. Il libro è stato soltanto la bicicletta della cultura borghese. Ora si tratta di escogitare i jet o le navicelle spaziali per le connessioni onnilaterali del futuro. Oppure, in alternativa, per tutti i novelli alchimisti, bisogna scavare le caverne del Quaternario dove verranno composti i ritornelli gioiosi del flusso.

Marx aveva già parlato di “uomo onnilaterale”, “polivalente”, infine liberato dalla divisione del lavoro, ecc. ecc.
Ironia della sorte, lo aveva fatto proprio in quell’Ideologia tedesca dove, insieme al fido Engels, si era impegnato a smantellare criticamente quel pensatore vandalico che risponde allo pseudonimo di Max Stirner.
Avesse assunto, il buon Marx, l’unicità del singolo di cui parlava Stirner all’interno del proprio comunismo, sfrondandola ovviamente di tutto il nominalismo hegeliano dell’Unico e la sua proprietà, ci avrebbe forse risparmiato i gulag e gli ultimi cent’anni di capitalismo, nonché la lotta che ci toccherà intraprendere contro il retro-stalinismo messianico che pervade sempre più le reti digitali e i loro chierici cibernetici.

«Una rete sociale è essenzialmente una macchina di relazioni – in altre parole, una trappola per forme di vita – che atomizza e dissemina la socialità storicamente determinata (ossia quella particolare mancanza di qualità dei rapporti sociali) in una virtualizzazione sempre più spinta della vita di relazione.
Ogni struttura a forma di rete – lo stesso concetto di rete – è un dispositivo di cattura o collegamento che accumula relazioni (ossia innerva, “irretisce”) senza per questo costruire necessariamente un’associazione reale tra i suoi elementi costitutivi – al di fuori, beninteso, del loro collegamento oggettivato, disincarnato.», C. M., La qualità dell’ingovernabile, 2011.

Gli Stukas nazisti potevano già essere nei tentativi pionieristici dei fratelli Wright?

Io ritengo che i social network come Facebook, Twitter e le loro future evoluzioni siano la più grande forma di scritturazione del mondo noto.
Editori più o meno consapevoli della megamacchina. Valorizzatori del superfluo. Sperimentazioni di un luogo concentrazionario del senso.
In questo, sono assolutamente consustanziali alla dematerializzazione del valore che è funzionale alla profittevole e incontrollabile circolazione delle informazioni.

Parlare di “comunicazione sconfinata” implica un assoggettamento ad una nuova idea di infinito. Nuova rilegatura. Nuovi santuari.
Infinito, eternità: idee da spazzar via insieme alla concezione del tempo lineare. Parliamo piuttosto d’impossibile. Dio è stato possibile. Noi vogliamo essere “impossibili”. Diamoci, in questo, una regola e una seduzione che spazzino via ogni Legge.
Il gioco implica delle regole. Il carcere presuppone una legge.

Il valore che diamo alla scrittura (al libro, all’opera) diventa denaro. E l’oggetto che lo racchiude diventa merce. Della serie: banalità di base.

Perché il termine “piattaforma” mi ricorda sempre quelle solitarie e mostruose cattedrali marittime per l’estrazione del greggio?

L’ubiquità non esiste. Neanche Dio è ubiquo. Se tu non pensi Dio, Dio non esiste, checché ne dicano gli apologeti di ogni fideismo teologico o cibernetico.
Nelle reti sociali o socializzate, esiste una possibilità sempre a portata di mano idealmente. Che è però cosa ben diversa dal dire che ho la capacità e la creatività per andare realmente oltre il possibile.

Inventare connessioni attiene l’impossibile e la festa. Oltre la valorizzazione, le prossime albe.

Istantaneo è il bruciore che sento ai nervi, quando la tensione del vivere mi stringe in un angolo incitandomi ad azzannare il destino.

Perché la pubblicità? Voglio dire… che senso hanno queste parole? E la parola in genere?

Il digitale presuppone la morte dell’originale. Tutto è duplicazione, almeno in potenza. Mera questione da giuristi?

La morte dell’identità e quella dell’originale vanno di pari passo. Io spero soltanto che queste morti conducano alla nascita di nuove unicità collettive, perché l’alternativa che va delineandosi è la diffusione mercantile di molteplici microfascismi ad ogni strato.

   

Il concetto di open (come in open content, open source e simili) non significa certo spalancare un intero mondo. Al contrario. Molto spesso ci si limita ad aerare i locali prima di soggiornarvi.

Perché inventare nuovi contenitori o strutture, quando possiamo inventare nuovi flussi?
Ripensare la gratuità, in tutte le sue accezioni.

Il problema dell’e-book è un falso problema. Il mercato non m’interessa. L’agorà di riferimento sono io e la mia comunità di cuore. Ogni mezzo può essere utile. L’essenziale rimane il per chi, il per cosa.

La presenza dei non-lettori. Come la presenza dei non-scrittori. Questioni affascinanti.

Avete mai scritto sui muri della città? Conoscete quella particolare sensazione di sconfinamento o di reimpossessamento dei luoghi?
Scrivere sull’acqua degli occhi che s’incrociano casualmente…

Voglio un’editoria pirata sui muri della città. Il digitale è l’ennesimo cul-de-sac. Lo uso, certo, ma intanto mi premunisco contro l’eventualità che mi stacchino la spina.

Io posso leggere anche senza leggere nessuna parola scritta. Io posso leggere toccando, annusando l’Altro. Ogni animale sa farlo.

Il romanzo è forse una perversione della narrazione? Un rinchiudere in fabbrica o in famiglia gli elementi epici che facevano le storie?

Un evento apparentemente positivo degli ultimi anni: l’abbattimento tendenziale dei ruoli nell’industria culturale. Peccato che sia funzionale alla razionalizzazione della stessa. Precariato, dequalificazione, dematerializzazione del saper fare, ecc. ecc. C’è poco da giubilare.

Nascono nuove paure, nuovi miti. I Grandi Trasparenti di cui blaterava Breton. “Scie chimiche” dentro il cielo vuoto dell’epoca.

L’impermanenza dei segni, nei flussi digitali, è tutta da giocare, ma solo se contribuisce ad una nuova costruzione collettiva fondata sull’immaterialità e sulla trasmissione anarchica e gratuita dei saperi fondamentali. Il che significa anche riacquisire tutti quei saperi accantonati nella foga del progressismo perché non risultavano profittevoli al sistema di dominio. Ibridare amigdale, ruota, silicio. Nel Paleolitico che saremo.

«L’identità – questa corazza rigida, innaturale, questa maschera sociale – serve a collocarci all’interno delle matematiche ligie al sistema (segnatura del tempo, bilanci economici, conta dei voti elettorali, raccolta dei balzelli, statistiche a tutto spiano, teorie della comunicazione), serve cioè a ridurci dentro uno schema funzionale che impiega, di volta in volta, un brandello della nostra identità reale lasciandola sempre manchevole, sempre incompleta, continuamente esposta ad ulteriori frammentazioni e in perenne lotta con le altre identità ugualmente mutile, contro le quali cozza ogni giorno per procacciarsi un pezzo di sé avallando l’uniformità indotta su scala sociale da questa sorta di guerra civile morbida. (…) Eppure, se l’identità modera gli elementi di unicità del vivente costringendoli all’interno di standard relazionali più o meno rigidi, l’anonimità può presentare, in alcune situazioni, una qualità insospettata, soprattutto se lascia libero corso alle pulsioni gioiose e libertarie dell’uomo. (…) La sovranità anonima (ma non incognita), rigorosa (ma non rigida), fa a meno di un volto delineato perché possiede in potenza tutti i volti possibili dell’unicità, della qualità. L’imbarazzo che ha spesso il potere nell’affrontare il senza-volto, e nell’infliggergli un’identità, per quanto di massa o precaria, la dice lunga sulle possibilità tutte da inventare di una libertà senza padroni e senza identità.», C. M., La qualità dell’ingovernabile, 2011.

La “pittura industriale” del situazionista italiano Pinot Gallizio è stata venduta nelle gallerie d’arte né più né meno delle altre opere prodotte dall’estetica borghese. Così come si vende Banksy, la mail art, l’orinale rovesciato di Duchamp o qualsiasi altra opera immessa nel circuito di valorizzazione.
La valorizzazione è la nutrice di tutti i codici moderni. Nessuna macchina grafico-testuale ne è immune. Eufeme produce ormai un latte avvelenato.

Continuo a chiedermi: per quale lettore e per quale tensione pubblicare? Tutte le altre questioni sono secondarie, benché nient’affatto futili o marginali.

– Lo scriba si avvicinò al fiume e gettò il suo stilo nell’acqua. D’ora in avanti avrebbe scommesso sul movimento. Senza scrittura, si sarebbe voluto improvvisamente sospeso.

Ebbene, sì! Facciamo che il mondo diventi un enorme spazio di pubblicazione per tutti. Ma che sia lavagna tutto il mondo, non soltanto la sua virtualità. Che tutti si facciano dunque ricombinatori di copie, ma che la copia sia solo un canovaccio per un’azione ogni volta diversamente copiata.

La poesia sarà collettiva e con capacità di auto-ricombinamento. [O non sarà che la solita lagna.]

Non è mai troppo presto per vivere la propria unicità nel flusso degli eventi.

Agli scacchi, preferisco il nascondino. L’occultamento progressivo delle identità prepara l’unicità futura dei flussi collettivi.

Leggendo l’inscrivibile per chiamarsi fuori dal Libro.



3. Per una scrittura senza aggettivi: la “fierezza vana” del poeta. Carezza a Mafe

«Un racconto? No, nessun racconto, mai più. », Maurice Blanchot, La folie du jour, 1973.

Ho sempre apprezzato la chiacchiera amabile, ossia quello scambio gratuito e senza pretese che tende a ricombinare l’umano contro la scorza delle opinioni abusate o indotte.
Amo le situazioni imprevedibili, ovvero quelle stazioni della quotidianità dove una semplice frase può spalancare improvvisamente una piccola intesa, una piccola giostra linguistica.

Io ritengo che i cosiddetti social network attirino gente a frotte proprio nella speranza che si possano innescare, più comodamente che in passato, dinamiche di socializzazione del tutto simili a quelle che un tempo bisognava costruire con più arditezza nei luoghi pubblici.
C’è sul web la possibilità di produrre nuove bolle di senso, anche mascherando la propria identità o creandone di nuove, il che spinge molti a sperimentare, a giocare, ad inventarsi una scrittura, un soggetto d’enunciazione.
Eppure, detto questo, trovo che l’utilizzo di certi strumenti sia ancora piuttosto statico. In altre parole, si rimane ligi ad un’identità, ad un ruolo, per quanto questi possano essere inventati di sana pianta; così abbiamo il marpione viriloide che ci prova con tutte le donne, la segretaria frustrata che pubblica foto erotiche in b/n tutte uguali, il poeta della domenica che scrive invariabilmente la stessa poesiola tutti i giorni, l’intellettuale organico che cerca di non inimicarsi quelli che contano nel mondo della Cultura, l’intellettuale disorganico che si perde nel cliché del maudit o dello stronzo per partito preso, ecc. ecc.
Qui la chiacchiera diventa quindi evidenza di un bisogno che mi sembra lampante: sentirsi parte della macchina, accettare il gioco per sentirsi accettati dai propri simili, costruirsi una comunità fittizia, smussare le proprie paure (magari collettivizzandole virtualmente) per dare un senso alla propria progressiva nientificazione.
Si socializzano insomma soprattutto i propri limiti e le proprie contraddizioni. D’altronde, è sempre stato così ed è così, di riflesso o a volte in modo più clamoroso, anche su Facebook o su Twitter.

A volte mi chiedo: ma in quanti si soffermano, anche solo per un attimo, sull’unicità del flusso d’informazioni che scorre loro sotto il naso? E cosa pensano del flusso? Cosa provano? Si sentono più o meno umani? Sono forse gli stessi che non notano la bellezza d’un pettirosso che zampetta sulla neve in centro a Milano? Sono gli stessi che si fanno tre ore nel traffico romano senza mai porsi alcun serio interrogativo sulla circolazione coatta di ogni loro giorno?
Perché, sai, se son gli stessi e restano gli stessi su Facebook o Twitter, io mi chiedo: ma non stiamo sprecando tempo e connessioni parlandone anche ora?

Io sono sempre stato per i pochi e con i pochi. Non credo nella massa e non credo ai numeri. La qualità, per me, risiede nel meraviglioso che bussa alla finestra degli occhi quando meno te l’aspetti. Non importa dove sei. Puoi essere sul lungosenna affollato o su Google+, in un piscioso vicolo cieco o su una chat erotica. Non importa. Perché se hai lasciato la porta socchiusa, se credi ancora nella potenza del vivente, allora il meraviglioso arriva e ti prende come un improvviso bisogno di ridere, di piangere, oppure come un’irrefrenabile tumescenza del desiderio.
Ecco che lo scrivere può essere una di queste porte aperte sull’impossibile, una di queste feritoie che possono allargarsi fino a diventare vetrate multicolori.
Il senso sta nella qualità delle relazioni che l’umano sa e vuole innescare. Tutto il resto sono soltanto sofismi di chierici.

Io non scrivo storie. Io raccolgo pietruzze mettendole una sull’altra. E la mia piccola torre di ciottoli non ha alcuna pretesa di durata. È un gioco. Serve per attirare gli umani che nutrono curiosità per ciò che ho fra le mani o sotto gli occhi. Non c’è alcun rapporto con Babele o con le erezioni del mio Io. È solo un gioco. Un bel gioco. Uno di quei giochi che mi hanno permesso di considerarmi vivo.

La parola “fine” esiste, ma non esiste più il punto finale. Quindi il racconto non si chiude, la pièce non ha un epilogo, tutto rimanda a tutto, in una ricerca gioiosa di intensità, picchi, altalene.

Ci sono aforismi che valgono l’intera Odissea. E ci sono odissee che vanno scritte e riscritte eludendo, per quanto possibile, i fantasmi kafkiani della nostra epoca.

21-22 febbraio 2012


[P.S.: per i pigri di testa e i collezionisti d’immaterialità, c’è anche un PDF con tutto il malloppo.]

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