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«Oggi tutto si muove intorno a tutto, e se tutto si muove intorno a tutto, non c’è cosa che si muova se non intorno a se stessa.».
Ho letto svogliatamente il Benn poeta. I facili giochini macabri di Morgue, ad esempio, mi lasciano del tutto indifferente. Trovo invece che le sue prose siano davvero sorprendenti: involucro terso, sontuoso, vero smalto sul nulla (per usare una sua espressione).
Già a partire dal racconto Gehirne [Cervelli], risalente al 1916, lo scrittore tedesco compone un mosaico assolato, sfrontatamente incompiuto, dove le tensioni verso il Mediterraneo, e la luce diafana di un estetismo spesso insofferente, quantunque padroneggiato in modo sovrano, si sposano con una logica nordica, ferma, spietata, da anatomopatologo della parola, se mi si passa la formula.
Ma è con la “novella berlinese” Ptolemäer [Il tolemaico], scritta in una Berlino post-bellica e ancora ingombra di macerie, che Gottfried Benn definisce allegoricamente la sua posizione nei confronti del mondo e, di conseguenza, anche il senso che assume la propria opera.
L’istituto di bellezza “Il Loto” diventa la trincea dove si consuma la tragicommedia dell’Occidente e dove rimbombano ad ogni pagina, pur nelle reticenze rancorose del protagonista [dell’autore], le aberrazioni di un sistema di dominio fisico e mentale che, da lì a qualche decennio, avrebbe aggiustato convenientemente il tiro sgrossando quella sua trivialità omicida di massa manifestatasi su scala industriale nelle due guerre mondiali.
La morte di Dio – e la sua disseminazione in ogni idea di potere – ha sventrato il cerchio magico della metafisica e dell’ordine sociale. Ogni punto della circonferenza ha perso il suo riferimento centrale, la sua equidistanza dal mondo. La certezza della morte si è trasferita nell’inorganicità della merce. Disperati, si cerca di coprire col fuoco della mitragliatrice le ampie zone mute del pensiero occidentale. La ragione si prova a creare nuovi balsami di bellezza, ma l’impresa è improba, decisamente patetica, nonché votata all’autismo, alla riproposizione pubblicitaria di immagini viete, contraddittorie.
Il centro è scomparso, l’identità crolla. Il ringhio post-hegeliano di Max Stirner, al confronto, era ancora pervaso di desiderio, preso com’era da un vandalismo teoretico contro ogni idea fissa. Qui, invece, Benn s’impunta sull’ironia della tabula rasa, cerca di trovare una fonte di luce nelle proprie parole, ne fa un sole tascabile, una “stella danzante”, anche andando contro l’evidenza (il che può essere sano, n’est-ce pas?), ma così facendo, a mio avviso, si perde ancora nell’illusione di una fissità significativa della e nella scrittura, non rendendosi conto di quanto la sua opera in prosa prepari in realtà, anch’essa, l’anarchia orbitale che le seguirà.
Perché il punto è proprio questo: l’assedio del senso e l’accapigliamento sulle parole portano all’azzardo di ogni posizione, all’incertezza di ogni perimetro.
Nel puntiglio del movimento, foss’anche l’orbita o i disegni autoreferenziali del tolemaico, c’è solo l’assoluta sconfitta di ogni punto fermo. Ma non vedervi un’ampia eventualità, un venire alla luce della propria unicità nell’incidenza delle proprie visioni e dei loro diuturni aggiustamenti, prepara solo lo scadimento della potenza a mera ancella della valorizzazione simbolica che raggela il mondo.
Se io mi muovo intorno a tutto, e tutto si muove intorno a me, non solo non potrò bagnarmi due volte nello stesso fiume, ma non potrò neanche fissarmi in un simbolo qualsiasi senza morirne. Bisogna quindi volersi non più come stella, bensì come cometa, vale a dire come astro periodico, imprevedibile, dall’orbita ellittica e mutevole, il quale, proprio per questo, un bel giorno, potrebbe anche non tornare più allo stesso cielo. Con buona pace di ogni incantatore di stelle.


[13 aprile 2012. La novella Il tolemaico è pubblicata in Italia da Adelphi, nel volume Il romanzo del fenotipo.]



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