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Lo so che non sappiamo e che questo ci farà ridere come matti. Il tuo respiro è la mia algebra d’aria. Ne abbiamo convenuto. L’abbiamo anche azzardato. I patti tra me e te sono nuvole nere che s’infrangono contro il pensiero dell’uomo scatenandone rovesci senza scampo.
– La potenza di un libro sta nei suoi limiti, nel suo essere sempre in difetto di un potere. Sono le insufficienze dell’opera a lasciare la porta socchiusa.
Ogni parte di te è una mancanza di facilità, il che m’impone una lealtà senza legge verso quell’unione che si addensa indocile nel nostro violento divenire.
– L’amore fu scritto, ma il suo avvenire non finirà con ciò che se ne legge. L’amante che scrive è sempre un devastatore dell’eternità, perché abbandona alla scrittura ogni possibilità d’assenza.
Apparteniamo alla presenza, non al tempo. I nostri corpi, movimentati dalla ricerca, nutrono il desiderio di sapere ogni morte della conoscenza. Al vaglio di oscillazioni, battiti, maree. Il ritmo emerge e si fa chiamare «abisso». Paradosso mortale, cristallino, che spinge la nostra vita oltre i limiti banali di questo luogo, di questa stessa frase.
– Per avere delle grandi visioni, mai smarrirsi in troppi occhi. Ho cullato per anni un me stesso inestirpabile. Nessuna ruga perverte il mondo. Avrò sete, il destino è irriferibile; non quanto i germogli della primavera, suppongo.

22 aprile 2012

Foto: Chevalier de la Barre, le corps acéphale qui s’enferme dans le monde brut, 2006. Frammento testuale confluito in Quest’amante che si chiama verità (edizioni Gwynplaine, 2014).



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