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Nella lotta contro il lato religioso delle parole, ossia contro la subordinazione abituale all’unità del discorso, il movimento della teoria elude l’acquiescenza nei confronti del già vissuto e mi consegna a tutti i possibili della conoscenza – all’imprudenza magnifica di una prassi.

Ogni mia parola è una parola che addensa. Non cerco le carenze, cerco le sponde.
A seconda della materia che vado a reclamare, si crea una fiducia tra parola e materia.

La prassi è ritmo, ritorno critico e amoroso al bacino comune della vita.
Se s’intralcia il ritmo del mondo, si finisce col separare il mondo dalla continuità del pensiero e lo si perde in sminuzzamenti.

– Stamane, mentre mi godevo il tuo risveglio (come se fosse il primo risveglio, il primo evento di un’umanità che torna a sbrigliare il suo divenire), ti accarezzavo il corpo ancora assopito e ne coglievo il tepore acerrimo.

Le parole raffreddano le carezze, ma non inibiscono il principio toccante che rilancia il nuovo esordio nella permanenza. Il divenire è questo calore mobile, questa linea di fuoco che i corpi tracciano nel riconoscimento senza nome, nel vincolo totale che accasa le diverse vampe dell’unicità pur giocandole in un incendio comune.

13 luglio 2012. Testo confluito nella terza sezione di Quest’amante che si chiama verità (Gwynplaine edizioni, 2014). Foto di Thomas Ruff.



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