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«Piacciavi dunque o Dive, per amore, / la debil penna mia farmi rizzare, / e darmi, onde il parlar si possa ornare, / le vostre lingue in bocca per quattr’ore» (Niccolò Franco).

Si può credere d’avere un’idea ben precisa della realtà, quando invece non si fa altro che parlare del vuoto con la bocca piena.

Le labbra sono due lembi di senso che si toccano in una parvenza d’abitudine. Particole di carne – di una pelle che a sprazzi rinuncia a serrarsi per comunicare le manchevolezze del discorso – in una sorta di critica corporea, carnale, che si fa tumida di sangue (o di parole come macigni).

Le labbra che non intendono riservarsi l’ultima parola, faranno il vuoto dentro la cavità che riparano.

Una soglia si può solo attraversare. In nessun caso ci si può stabilire. Ed è solamente col pensiero che ci si indugia (ma il pensiero della soglia è sempre ideologico!).
La soglia si raggiunge, certo, o vi si accede come validazione dell’attraversamento, in un movimento che richiamerà sempre un oltre: un oltre che si prefigura, in ogni caso, come un di più del senso comune, e che richiamerà a sua volta, ineluttabilmente, di nuovo la soglia.

Se le labbra “sentissero” sempre ciò di cui parlano – come ciò da cui vengono oltrepassate o penetrate –, il loro essere potrebbe assumere la funzione del negativo che è immanente allo sviluppo di un’intelligenza furiosa.

La fellatio (o il cunnilinguo) – ossia la capacità d’amare con la propria bocca il turgore carnale dell’altro senza perdersi in chiacchiere – incarna magnificamente una sorta di messa in parentesi di tutte le parole. Le labbra sono la parentesi che si chiude intorno al vaticinare convulso della carne; la digressione del viso sulla definitiva mancanza d’argomenti della maschera sociale che vi è calata.

Insalivando lo spazio tra le parole, alcune di queste rimangono per sempre sulla punta della lingua. Il verbo entra in bocca senza inseminarle. La copula tra i predicati s’interrompe. E nella stasi suprema del monologo, mentre l’infinito dei verbi contempla la libertà e se la riserva, le labbra si schiudono palpitanti in morte della coniugazione.

Quando ti vengo in bocca, lo faccio forse per non darti la parola? (…)


[Carmine Mangone, Mai troppo tardi per le fragole, ediz. L’orecchio di Van Gogh, Falconara Marittima (AN), 2009. In realtà, questi frammenti risalgono al biennio 2004-2005. La fotografia è di Donatella Vitiello.]

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