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Raoul Vaneigem, Banalità di base, a cura di Carmine Mangone, Gwynplaine edizioni, 2012




I rapporti umani, un tempo dissolti nella trascendenza divina (in altre parole: la totalità ammantata di sacro), si sono decantati e solidificati da quando il sacro non agisce più come catalizzatore. La loro materialità si è rivelata e, mentre le leggi capricciose dell’economia soppiantavano la Provvidenza, il potere degli uomini si è andato delineando sotto il potere degli dèi. Al ruolo allora mitico giocato da ognuno sotto i riflettori divini, corrisponde oggi una moltitudine di ruoli, le cui maschere, per essere dei volti umani, continuano nondimeno ad esigere dall’attore – come pure dal figurante – che neghi la sua vita reale, secondo la dialettica del sacrificio mitico e del sacrificio reale. Lo spettacolo non è altro che il mito desacralizzato e parcellizzato. Esso costituisce la corazza di un potere (definibile anche come mediazione essenziale) che diventa vulnerabile ad ogni colpo da quando non riesce più a dissimulare, nella cacofonia in cui tutte le grida soffocano e si armonizzano, la propria natura di appropriazione privativa, come pure l’infelicità che distribuisce a tutti in dosi più o meno forti.
Nel quadro di un potere parcellare eroso dalla desacralizzazione, i ruoli s’impoveriscono e lo spettacolo segna un immiserimento rispetto al mito. Essi tradiscono così pesantemente il meccanismo e l’artificio, da costringere il potere, onde fronteggiare la denuncia popolare dello spettacolo, a prendere l’iniziativa di questa denuncia in modo ancor più pesante, cambiando attori come ministeri, oppure organizzando pogrom di registi putativi o prefabbricati (agenti di Mosca, di Wall Street, della giudeocrazia, delle duecento famiglie). Ciò significa pure che ogni attore o comparsa della vita ha fatto posto, suo malgrado,  all’istrione, e che lo stile è scomparso a vantaggio della maniera.
Il mito, in quanto totalità immobile, inglobava il movimento (es.: il pellegrinaggio, che è avventura e compimento nell’immobilità). Da una parte, lo spettacolo coglie la totalità solo riducendola ad un frammento e ad una serie di frammenti (Weltanschauung di volta in volta psicologica, sociologica, biologica, filologica, mitologica); dall’altra, esso si situa alla confluenza del movimento di desacralizzazione e dei tentativi di risacralizzazione. In tal modo, riesce ad imporre l’immobilità all’interno del movimento reale, cioè di quel movimento che lo trasforma malgrado la sua resistenza. Nell’epoca parcellare, l’organizzazione dell’apparenza fa del movimento una successione lineare di istanti immobili (questa progressione a cremagliera si trova perfettamente illustrata dalla diamat stalinista). Nel quadro di ciò che abbiamo chiamato la “colonizzazione della vita quotidiana”, non esistono altri cambiamenti se non quelli dei ruoli frammentari. Si è, di volta in volta, e secondo convenienze più o meno imperative: cittadino, padre di famiglia, partner amoroso, politicante, specialista, mestierante, produttore, consumatore. Eppure, quale governante non si sente governato? A tutti si applica l’adagio: fottitore a volte, fottuto sempre!
L’epoca parcellare avrà almeno spazzato via ogni dubbio su un punto ben preciso: è la vita quotidiana ad essere il campo di battaglia su cui si svolge la lotta tra la totalità e il potere, il quale impegna tutta la sua energia per controllarla.
Ciò che noi rivendichiamo, esigendo il potere della vita quotidiana contro il potere gerarchizzato, è tutto. Facendo affidamento sulla volontà di vivere, noi ci collochiamo nel conflitto generalizzato che va dalla lite domestica alla guerra rivoluzionaria. Ciò significa che dobbiamo sopravvivere come anti-sopravviventi. Noi c’interessiamo essenzialmente ai momenti in cui la vita zampilla attraverso la glaciazione della sopravvivenza (siano essi privi di coscienza o teorizzati, storici – come la rivoluzione – o personali). Tuttavia, bisogna arrendersi all’evidenza, noi siamo anche ostacolati nel seguire liberamente il corso di questi momenti (se si eccettua il momento della rivoluzione), sia dalla repressione generale del potere, sia dalle necessità della nostra lotta, della nostra tattica, ecc. È importante perciò trovare il mezzo per compensare questa “percentuale di errore” supplementare, ampliando questi momenti e ponendo in evidenza la loro portata qualitativa. Ciò che impedisce che quanto diciamo sulla costruzione della vita quotidiana venga recuperato dalla cultura e dalla sottocultura (ad es. dai pensatori con le ferie pagate che vanno ponendosi questioni su Arguments), è precisamente il fatto che ognuna delle idee situazioniste è il prolungamento fedele dei gesti abbozzati ad ogni istante e da migliaia di persone per evitare che una giornata sia fatta da ventiquattro ore di vita sprecata. Siamo forse un’avanguardia? Se sì, essere d’avanguardia è marciare al passo con la realtà.


La prima parte di Banalités de base, contenente i paragrafi 1-13, fu pubblicata sulla rivista “Internationale Situationniste”, n. 7 (aprile 1962). La seconda parte, ossia i restanti diciassette paragrafi, comparve invece sul n. 8 del gennaio 1963. L’illustrazione in copertina – mi riferisco ovviamente al volume Gwynplaine – è di Andrea Lecca.

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