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…e carezzavamo gli esplosivi come se fossero cose vive…

Sono troppo scettico per disperare. Il che non significa che spero abbastanza per sospendermi ad una qualche aspettativa.
Sarà perché amo l’ignoto senza riserve, chissà, ma raramente ho conosciuto ciò che si chiama “angoscia”, e non certo per la mortalità che mi accompagna ineluttabilmente da sempre, quanto piuttosto per le inopinate rotture di quella continuità che mi tiene nel bacino comune della vita – come ad es. la fine di un amore, l’improvvisa indifferenza tra due amici, la morte di un essere vivente che era parte della comunanza che mi proietta nel mondo.
Sono sempre stato altresì poco risonante per farmi coinvolgere nelle speranze degli altri. È mia, ormai, solo un’attenzione senza speranza, senza sufficienza.
D’altronde, chi potrà impedirmi la sorpresa immortale di sapermi nella rinascenza puntuale del mondo? Chi potrà mai dissuadermi dal sentirmi sempre già parte di un’emergenza della totalità agente?
Non posso pretendere qualcosa che eludo da sempre con la nettezza di un disfacimento gioioso, ragion per cui non mi soffermo a comprendere il perché dell’esistenza, né tanto meno desidero di sopravvivere alla vita.

Verso la notte, nell’istante che addensa le sfide. Io e lei, ripresi nella dolcezza che dura il tempo d’annientare una fatica piena di nomi. Voce d’infinito, finalmente distratta.


Sera del 21 settembre 2012


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