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Non ho mai capito perché in così tanti confondano l’idea di totalità con l’Uno, ossia con la mal riposta speranza di una qualche unità soprasensibile, che per giunta risulta sempre inverificabile e molto spesso inumana.
Eppure, alla base dell’universo, il tutto non è evidentemente uno, né tanto meno l’Uno.
Essendo formato più propriamente dai tanti possibili dell’uomo e del mondo, il tutto circonda i nostri sensi, li immerge nell’esistente – è forse l’idea migliore dell’esistente, la totalità –, benché rimanga in gran parte intangibile e si palesi soltanto a sprazzi nell’immanenza del mondo o, per meglio dire, nell’immane presenza di ogni elemento vivo del mondo.
Il tutto è frastagliato. Contiene tutti i dettagli, tutte le frammentazioni. In esso, ogni frammento è totalità, allorché beninteso non rechi in sé l’alienazione sociale del tutto, ovvero quel rovesciamento alienante della vita e del mondo che si afferma in tutte le dinamiche che spezzano la continuità tra i viventi.
Il frammento come totalità: la gioia del tutto che agisce nel frammento, che s’incarna nel rincorrersi reciproco di ogni dettaglio, di ogni contraddizione, senza fine apparente, né disperazione. Perché la totalità è sempre un’unione, un’idea di comunanza in movimento, mai una pietrificazione o un concetto metafisico per gli alpinisti dell’Ego.

Eccoci qui ancora una volta. Viventi all’infinito. D’altronde, potrebbe mai essere diverso nella nostra esposizione al gioco?…
Abbiamo piccole conoscenze puerili che son degne d’ogni coraggio. Piccole conoscenze tascabili che non rovinano niente, eccetto il pensiero morto dei libri.
Anche l’amore è fatto di simili approdi, nell’acqua scura dei tuoi occhi.


Sera del 24 settembre 2012. Fotografie di Donatella Vitiello.



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