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Anche se non avessi più nulla da donarti, ti offrirei pur sempre l’eventuale nulla che scaturisse da una sconfitta, da una gioia sfruttata, da un’eccedenza terribile dei corpi.
Non si vive mai impunemente, né tanto meno per collocarsi all’interno di una biografia individuale.
Il che significa anche che il resto non è mai solo ciò che residua sul bordo degli occhi o al limitare della ragione.

Ho sempre trovato disturbante avere un solo cuore.
Forse la mia idea combattente dell’amore ha origine proprio dalla biologica insoddisfazione che mi nutre; dalla volontà di costruire giostre di cuori e legami che vadano ben al di là delle risibili proprietà private.

Questi passaggi, simili a quelli di un uccello migratore che potrebbe non tornare, lasciano un che di piacevolmente indisciplinato tra me e te. È un po’ come disfare i bagagli in pieno viaggio, senz’attendersi un traguardo o una qualche serenità a rate.
Il corpo si fa avanti, imprudente, e riempie lo spazio tra i patti e gli aggregati di desiderio. È quasi un esodo. Un esodo volontario e instancabile verso il mormorio dell’altro.

Bisognerà allarmarsi, bisognerà tacere. Imparare il silenzio per piazzare colpi. Centellinare le parole per disciplinare il giorno. Nessuna vigliaccheria potrà farci passare dalla parte dei dominanti e dei loro servi.
Se «una folla di uomini che fuggono è una folla di uomini soli.» (Tiqqun, n. 2, 2001), allora la gioia degli uomini che si amano anche sotto il fuoco nemico è da sempre la gioia intransigente del mondo.

 

Primo pomeriggio del 3 ottobre 2012. Frammento confluito in Quest’amante che si chiama verità (Gwynplaine edizioni, 2014) e, successivamente, privo dell’ultimo paragrafo, in Infilare una mano tra le gambe del destino (Asinamali, 2015).



Le foto di questo post ritraggono Marina Ginestà. Nelle prime due, è immortalata a 17 anni col fucile in spalla dal fotografo Juan Guzmán, il 21 luglio 1936, sulla terrazza dell’Hotel Colón di Barcellona, quand’era una giovane miliziana comunista delle Joventuts Socialistes Unificades de Catalunya, appena due giorni dopo la sollevazione del proletariato catalano contro i golpisti di Franco. Nella terza, invece, un’orgogliosa Marina, settantadue anni dopo, nella sua casa di Parigi [città dove è morta il 6 gennaio 2014].



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