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Alcuni stralci dalla mia prefazione a Banalità di base di Raoul Vaneigem (Gwynplaine edizioni). Le illustrazioni sono di Andrea Lecca.

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(…) Il capitalismo si fonda sulla sottomissione del lavoro umano ai processi di valorizzazione delle proprie forme (merce, denaro, capitale – valore come unica autorità, autorità di ogni valore, valore dell’autorità), si sviluppa e si afferma autonomizzando il valore di scambio (circolazione “virale” e riproduzione autonoma del valore, ormai del tutto separato dal lavoro) e giunge a dominare il mondo puntando alla virtualizzazione generalizzata degli scambi e delle relazioni sociali (riduzione a capitale di ogni cosa; tutto è capitale, tutto è capitalizzabile; capitalismo immateriale e ubiquo, mineralizzazione progressiva delle componenti biotiche: soluzione finale della questione umana).
La colonizzazione dell’esistente da parte del capitale ha portato quindi alla realizzazione di una comunità totalmente occupata dai processi di valorizzazione capitalistici. Il capitale scalza la natura – vista come la vera antagonista, il vero limite al suo dispiegarsi (il proletariato, semmai, faceva la figura di un antagonista relativo) – e la sostituisce con una comunità totale, macchinica, tendente alla virtualità di scambi immateriali.
Contrastando la labilità della vita, la specie umana è riuscita a darsi delle indubbie sicurezze, che però somigliano sempre più ad un anticipo di morte. La lotta contro la natura ha condotto infatti l’uomo alla sviluppo di una totalità artificiale (la totalità-capitale) che si è resa infine avulsa dal contesto biologico mettendolo seriamente in pericolo.
Ma il delinearsi della totalità capitalista – il suo attuale, schiacciante dominio – porta con sé, in modo decisivo, anche la necessità di un oltrepassamento totale dell’alienazione sociale, nonché l’urgenza di una comunità umana finalmente in accordo con l’esistente.
Il capitale ha raggiunto i suoi propri limiti. I limiti del capitale sono i viventi. Il che implica due movimenti antagonisti: a) il capitale cercherà di ridurre a minerale ogni vivente, inglobandolo nei suoi processi macchinici e digitali; b) gli uomini, per salvarsi, dovranno separarsi dal capitale, annientandone ovunque i flussi di valorizzazione. (…)

Con la Rivoluzione francese del 1789 e il conseguente bonapartismo, si è avuto il definitivo consolidamento politico della borghesia e un primo tentativo di contenimento del proletariato all’interno della cornice repubblicana e populista del giacobinismo. Le due classi sociali antagoniste si sono poi affrontate duramente a partire dalla metà del XIX sec. Nasce così in Europa la “questione sociale”. Tutto il pensiero post-hegeliano dell’epoca ne è impregnato e se ne fa carico: Marx, Feuerbach, Bakunin, Stirner. Si sviluppano e si precisano idee di matrice comunista, già affiorate a più riprese nel radicalismo cristiano dei secoli precedenti (si pensi ad es. all’«omnia sunt communia» di Thomas Müntzer, 1525). Abbiamo quindi la strutturazione di complesse teorie rivoluzionarie, come il marxismo e l’anarchismo, che portano alla fondazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (1864), ma che finiscono per divergere ben presto, in modo netto, su questioni legate essenzialmente al ruolo e alla necessità dello Stato nella transizione dal capitalismo alla società comunista.
Gli scontri teorici all’interno della Prima Internazionale e la sanguinosa repressione della Comune di Parigi (1871), frenano il movimento rivoluzionario e danno linfa al riformismo socialista. L’internazionalismo del movimento proletario viene contrastato dal capitale accentuando gli elementi nazionalistici dei sommovimenti politici e sociali. La nazione diventa la tomba della fratellanza possibile tra gli uomini e trasforma il conflitto di classe in conflitto tra proletari di diverse nazioni. (…)

Inglobato nelle istituzioni democratiche del secondo dopoguerra per il tramite delle sue organizzazioni di sintesi (partiti comunisti e sindacati), il proletariato diventa, negli anni 1950-60, consumatore e spettatore del proprio sfruttamento, partecipando di buon grado alla razionalizzazione dei processi capitalisti in cambio di una “sicurezza” e di un comfort sempre più alienanti. La fiammata del Maggio parigino del 1968 e le lotte sociali dei decenni successivi segnano la fine di un’epoca, quella delle rivoluzioni parcellari e localmente determinate su base classista, e annunciano altresì la necessità di una cesura totale sia con il capitale, sia con la millenaria alienazione sociale. (…)

Parafrasando Debord, si potrebbe dire che i situazionisti hanno voluto realizzare la teoria radicale senza sopprimerla, non rendendosi conto che il movimento del capitale, intorno a loro, e in tutte le teste, stava sopprimendo la teoria radicale per realizzarla solo ideologicamente. (…)

Elementi fondamentali del progetto situazionista appaiono dunque la critica della vita quotidiana (mutuata dal filosofo Henri Lefebvre) e la concezione dell’urbanismo unitario. L’obiettivo strategico è quello di abbattere tutte le mediazioni che addomesticano l’uomo, agendo nell’immediato per la costruzione di strutture e processi che realizzino in modo appassionante i diversi momenti della vita. Compito immane, necessitato dalle contraddizioni e dal recupero delle precedenti esperienze politico-culturali, e che costringe i situazionisti, per non restare impigliati nelle maglie del capitale, a negare continuamente i propri negatori (le dinamiche artistiche, ideologiche) in una incessante corsa al rialzo verso posizioni sempre più radicali, finendo così per autonomizzarsi agli estremi del movimento proletario e non riuscendo più a rintuzzare le rappresentazioni in cui viene irrigidita e volgarizzata la loro teoria dopo il Maggio ’68.
La coazione alla negazione non prevede sintesi, non consente un’unificazione tattica e mobile degli elementi in gioco, si vuole come flusso incessante, che valorizza e svalorizza senza posa il suo stesso movimento, esaurendo ogni analisi del mondo nella critica che critica se stessa e i propri critici.
Il gruppo situazionista – brillante nel sottolineare le storture del sistema capitalista e nel proporne un superamento partendo da un sostanziale sincretismo di tutte le teorie e le pratiche rivoluzionarie anteriori – si rivela incapace di teorizzare il nuovo all’indomani del Maggio.
Dopo aver esordito con un’originale combinatoria culturale e politica degli elementi rivoluzionari preesistenti, l’I.S. non riesce a creare una nuova unità reale del proprio pensiero, non riesce cioè a valutare in tempi rapidi la nuova connessione tra situazione del mondo e avvenimento del mondo venutasi a creare nella Francia post ’68, smarrendosi infine nella difesa ad oltranza dei dettagli ideologici in cui sarà frammentata culturalmente la propria teoria.
Nei primi anni di attività, l’I.S. cerca di conciliare invano le due tendenze interne: quella prettamente teorica e rivoluzionaria, che finirà per ruotare intorno alle figure di Debord e di Vaneigem, e quella più legata a problematiche estetiche. Ciononostante, finirà per innescarsi una dinamica di rigorosa politicizzazione interna, la quale porterà nei primi anni Sessanta alla graduale espulsione di tutti gli elementi artistici.
Uno stralcio dell’intervento di Attila Kotányi alla quinta Conferenza dell’I.S. (Goteborg, agosto 1961), riassume efficacemente il dibattito e le preoccupazioni in seno al gruppo: «Fin dall’origine, si è posto il problema dell’etichetta per le opere artistiche dei membri dell’I.S. Sapevamo che nessuna di queste era una produzione situazionista, ma come chiamarle? Io vi propongo una regola semplicissima: chiamarle anti-situazioniste. Noi siamo contro le condizioni dominanti di inautenticità artistica. Non voglio dire che qualcuno debba smettere di dipingere, scrivere, ecc. Non voglio dire che questo non abbia valore. Non voglio dire che potremmo continuare ad esistere senza far questo. Ma, nel contempo, noi sappiamo che tutto questo sarà invaso dalla società per essere usato contro di noi.»(…)

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