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Breve nota di Maurice Blanchot [Le refus], pubblicata originariamente sulla rivista “Le 14 juillet” (n. 2, 1958) e ora inclusa in: M. Blanchot, Écrits politiques, Lignes/Éditions Léo Scheer, Paris 2003, pp. 11-12. Il ritratto del pensatore francese è di Francisco José Peláez Restrepo.

maurice_blanchotIn certe occasioni, di fronte agli eventi, noi sappiamo di dover rifiutare. Il rifiuto è assoluto, categorico. Non si discute, né sente ragioni. Anche quando, se occorre, si palesa solitario e senza parole alla luce del sole. Gli uomini che rifiutano, legati dalla forza del rifiuto, sanno di non essere ancora insieme. Il tempo dell’affermazione comune, per l’appunto, gli è stato tolto. Ciò che gli resta è il rifiuto irriducibile, l’amicizia di questo No sicuro, irremovibile, rigoroso, che li rende uniti e solidali.
Il movimento del rifiutare è raro e difficile, benché costante e uguale in ciascuno di noi dal momento in cui lo facciamo nostro. Perché difficile? Perché ci occorre rifiutare non solo il peggio, ma anche una parvenza di ragione, una soluzione che ci dicono felice e addirittura insperata. Nel 1940, il rifiuto non si esercitò contro la forza degli invasori (non accettarla andava da sé). Ma contro quell’opportunità che il maresciallo Petain, in buonafede certo, affermava di essere, e contro tutte le giustificazioni alle quali poteva appellarsi. Oggi, l’esigenza del rifiuto non è intervenuta a proposito dei fatti del 13 maggio* (che vanno rifiutati di per sé), ma a fronte di quel potere che pretendeva di riconciliarci onorevolmente con essi, attraverso la sola autorità di un nome.
Ciò che rifiutiamo non è senza valore, né senza importanza. È proprio per questo che il rifiuto è necessario. C’è una ragione che non accetteremo più, c’è un’apparenza di saggezza che ci fa orrore, c’è un’offerta di accordo e di conciliazione che non ascolteremo. Si è prodotta una rottura. Siamo stati condotti a questa franchezza che non tollera più la complicità.
Quando noi rifiutiamo, lo facciamo attraverso un movimento senza disprezzo, senza esaltazione e, per quanto è possibile, anonimo, perché il potere di rifiutare non si compie con noi stessi, né soltanto in nostro nome, ma a partire da un inizio assai semplice che appartiene innanzi tutto a chi non può parlare. Oggi si dirà che rifiutare è facile, che l’esercizio di questo potere comporta pochi rischi. È senza dubbio vero per la maggior parte di noi. Eppure, io credo che rifiutare non è mai facile, che noi dobbiamo imparare a rifiutare e a mantenere integro, con il rigore del pensiero e la modestia dell’espressione, quel potere di rifiuto che ormai dovrà essere verificato da ogni nostra affermazione.

Traduzione di Carmine Mangone

* Il 13 maggio 1958, ad Algeri, le manifestazioni organizzate per commemorare tre soldati francesi uccisi dal Fronte di Liberazione Nazionale algerino, diventano il pretesto per diffusi moti di piazza. Nasce così un Comitato di salute pubblica fascistoide sotto la direzione del generale Massu, che esige dal presidente della Repubblica, René Coty, la creazione di un governo forte. S’innesca in tal modo l’escalation sciovinista che invocherà e condurrà al potere il generale de Gaulle [NdT].

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