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Se l’affetto va così oltre da rovesciare gli schemi della necessità,
allora colui che ama
crea mondi senza proporzione
e non lascia alcunché di necessario alle ostinazioni dell’identità.
La possibilità astratta che era l’Io
si scioglie nell’emergenza di un mutuo volersi
(che è sempre l’unicità di un’intesa, nonché del conflitto tra un amore e
le impossibilità dell’amore),

vale a dire > deframmentazione | reciproco avvalersi | morte del valore dentro lo scambio | rose bianche | ambush pattern

(che è anche e sempre l’unicità di un conflitto,
nonché dell’amore bassamente metaforico tra una
stella che collassa e la supernova che sarà
– facciamo a turno, eh!).

Il che non ci ferma affatto alla rinnovata comunanza
– pur rendendoci comuni in una nuova fermezza –,
perché la parte toccante dell’ingovernabile, ossia l’immediato viversi dell’affetto, è precisamente quell’esperienza che ci apre alla morte della necessità e al divenir comune del movimento.
Anzi, il divenire è proprio quest’andamento che ci allontana dalla rigidità, dalla costrizione reciproca,
benché in un fluire appassionato dentro un comune rigore.

Nessuna strada ci tiene più.
Alcuni corpi sono d’ostacolo.
Il nostro andare è come un uccello migratore che non sempre ritorna.
L’amore non è una meta.
Bisogna saltare ben oltre lo stesso pensiero del balzo.


8-9 luglio 2013.

Illustrazioni: l’originale e un détournement (operato dal Kalashnikov Collective) di una foto di Diane Arbus.



Arbus with Kalashnikov

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