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Avevo pensato di fermarmi, molti anni fa,
col desiderio di assolvere ciò che non ero stato
– e non perché io fossi stanco.
Pretendevo scioccamente un posto al sole come tanti.
Per farmene cosa, non saprei, visto che ho sempre amato il
nero, le ombre,
la vanagloria dell’amore, dei teppisti.
Non poteva farmi bene il sole.
E infatti, ciò che potrei ancora chiamare destino, ossia quell’erompere e
ricreare ogni cosa dentro la polpa dei giorni seguendo una logica devastatrice e
grandemente ironica (se non fosse per le radici strappate),
ha fatto sì che m’imponessi un nuovo balzo e un no definitivo.
Sono surrealista nel fare tabula rasa, a quanto pare.
E non sarò mai di quelli che ameranno poco, vivranno in pace e faranno i soldi.
Troppo destino in me, troppi pensieri vivi:

un traffico di mezzi della CNT rozzamente blindati,
che per poco non urtano il carretto di Mario Buda,
mentre qualcuno mi scrocca una sigaretta, e fa freddo, fa un
freddo boia, e ho pure lasciato a casa il cappotto di Stirner
– che poi… quale casa? Quale dimestichezza con l’immoto?
Non mi son forse lanciato fuori dalla trincea a 17 anni?…
Felpe nere e girasoli che fan capolino tra i sorrisi del mondo,
mentre un piccolo Spinoza tira calci ad un pallone sognando goal
all’incrocio dei pali.

Fare la fame ben due volte nella vita e capire solo più tardi che
l’insurrezione è un perenne appetito.


20-21 luglio 2013

Come accompagnamento visuale: due copertine della rivista inglese “Anarchy” dell’illustratore Rufus Segar. N.B.: la pittoresca voce Wikipedia dedicata a M. Buda non fa alcun riferimento al fatto che lui sia poi divenuto un infame spione dell’OVRA (la polizia segreta fascista).

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