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Questo testo [collettivo] è stato concepito come una proposta di discussione in vista di un incontro che si terrà all’università di Genova il prossimo 19 febbraio all’interno della campagna per la giornata di mobilitazione nazionale del 22 febbraio in solidarietà con i 4 notav arrestati e attualmente in carcere con l’accusa di terrorismo. All’incontro saranno presenti avvocati, analisti, compagni e valsusini che affronteranno la questione da tanti punti di vista, dai racconti sulla valle e sui processi in corso, a considerazioni più teoriche sulla contestualizzazione dell’accusa di terrorismo alla luce delle categorie di stato di diritto e stato di eccezione, “critica della violenza” (Benjamin), stato di necessità e legittima difesa (Anders).

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no-tavIl 9 dicembre scorso 4 NOTAV sono stati arrestati per un attacco al cantiere di Chiomonte avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 maggio 2013. L’accusa pesantissima formulata dai pm Rinaudo e Padalino è di “attentato con finalità di terrorismo”. Pochi giorni fa il Tribunale del Riesame di Torino ha confermato l’accusa e la loro detenzione in carcere. Quest’accusa, oltre a seppellire sotto decenni di carcere alcuni NOTAV, vuole creare uno spauracchio a livello di immaginario collettivo, evocando quelli che sono stati definiti gli “anni di piombo”, ovvero quell’insorgenza e rivolta diffusa fatta ricadere dalla storiografia propagandistica unicamente sotto l’ombra e la storia delle Brigate Rosse, come stanno per altro esplicitamente ricordando le orrende fiction di regime in onda in questi giorni.
Al di fuori del codice penale italiano e a fronte delle mistificazioni concettuali e linguistiche su cui il potere esercita la sua propaganda e parte del suo potere, bisogna ricordare che, storicamente, il concetto di terrorismo nasce con la Rivoluzione francese, quando il Terrore fu una forma di governo esercitato da un regime (e non quindi un piccolo movimento clandestino) per intimorire il popolo, portando in carcere senza processo chiunque venisse identificato come “nemico della libertà”. Su questa scia è facile riconoscere la prosecuzione del “governo del terrore” nel secolo scorso come tratto fondante dei regimi totalitari, il nazifascimo e il comunismo sovietico (H. Arendt), ma anche che l’atto terrorista per eccellenza è stato perpetrato dalla principale democrazia mondiale, gli Stati Uniti, quando, nell’agosto 1945, a guerra finita e vinta, ha deliberatamente deciso di sterminare la popolazione civile di Hiroshima e Nagasaki con le bombe nucleari. Instaurare il “prestigio del terrore” (G. Henein) all’alba di una nuova epoca era l’obiettivo esplicito di un’azione che avrebbe trovato nella minaccia dell’olocausto nucleare il proprio prosieguo nei decenni successivi. Se terrorismo è colpire indiscriminatamente masse di persone inermi e inconsapevoli a fini di potere (“Uso indiscriminato della violenza al fine di conquistare, consolidare o difendere il potere politico”, recitava il Dizionario Zanichelli) anche nell’Italia degli anni Settanta, a fronte delle azioni mirate contro persone e luoghi precisi portate avanti da vari gruppi extraparlamentari, le uniche azioni di terrorismo le ha compiute lo Stato (Piazza Fontana, Piazza della Loggia, stazione di Bologna, ecc.)
Ma torniamo ai giorni nostri. Il potere parla chiaro attraverso le carte con cui indaga, accusa e incarcera chi si ribella; è in queste carte che viene detto esplicitamente che le grandi opere sono il fronte dove al giorno d’oggi si misurano il potere, nella sua capacità di imporsi a discapito della volontà delle persone, e chi a questo potere decide di opporsi concretamente; l’accusa di terrorismo formulata contro i quattro NOTAV è basata in modo tanto inquietante quanto rivelatore sul fatto che ci si opponga ad un’opera decisa “democraticamente”, (ovvero attraverso l’iter decisionale degli organi rappresentativi, nel caso TAV: Regione-Parlamento-Europa). Ciò significa che se domani il Parlamento italiano decidesse di stanziare miliardi per la costruzione di armi nucleari e poi decidesse di dichiarare guerra a qualche stato e sganciare bombe nucleari sulla sua popolazione inerme, chiunque provasse a opporsi concretamente sarebbe considerato e perseguito come un terrorista. Che lezione dovremmo trarre allora dalla storia di Eichmann (H. Arendt), il burocrate che organizzava la deportazione delle persone nei lager nazisti e che, di fronte all’accusa formulata dalle potenze vincitrici riunite nel tribunale internazionale di Norimberga di non essersi ribellato alle direttive che riceveva dall’alto, si difese dicendo che egli si era limitato a obbedire agli ordini del suo governo, per altro democraticamente eletto?
Insomma puoi essere un terrorista se ti ribelli ma anche se non lo fai, dipende da chi comanda e da qual è il senso comune (o la cattiva coscienza?) dell’epoca. Dove comincia allora il diritto a non riconoscere l’autorità, a resistere; e soprattutto chi lo stabilisce? Posto che perfino il padre dello Stato moderno, Hobbes, ipotizzava il diritto di resistenza dei cittadini in casi estremi, è bene ricordare che, nella migliore tradizione delle lotte, pacifismo e violenza hanno sempre saputo convivere e collaborare in vista dei rispettivi scopi. Nel secolo scorso, uno dei più lucidi critici del ruolo della tecnica al servizio del capitalismo, Gunther Anders, convinto pacifista, dopo Chernobyl, concluse che la minaccia terrorista dell’olocausto nucleare ponesse l’uomo in uno “stato di necessità” in cui forme di resistenza violenta fossero da considerare una “legittima difesa”. D’altronde quante minoranze oppresse in lotta per la loro terra e sopravvivenza sono tuttora considerate “terroriste” dai governi ufficiali, e spesso democratici, che le opprimono?
Purtroppo è inutile ricordare che le vittime di quell’attacco NOTAV siano state un generatore e altri macchinari. Le sentenze del G8 di Genova che hanno condannato dei casseurs a quindici anni di carcere dimostrano in modo inequivocabile che nel mondo plasmato dal capitalismo sono gli oggetti inanimati, le merci e il loro mondo, ad avere valore.


Visita cantiere Torino-Lione


Il diritto è per costituzione arbitrario, malleabile a seconda della necessità di coloro che governano. Ciò che li mobilita è il contesto in cui avvengono ed il senso che conseguentemente assumono certe azioni. Se delle giornate del luglio 2001 l’intollerabile che ha spinto lo Stato a ripescare il reato di “devastazione e saccheggio” come pena esemplare fu che certe pratiche furono agite e partecipate da migliaia di persone, oggi in Val Susa ciò che spinge alla ricerca di una punizione altrettanto esemplare è la rivendicazione immediata della pratica del sabotaggio da parte del movimento NOTAV, la minaccia di una popolazione che nega l’autorità dello Stato e proclama la secessione dal mondo che alimenta e vuole il TAV. I sinceri democratici credono che il diritto, nelle “avanzate” democrazie occidentali, si fondi sulla norma, su ciò che è codificato, ed invece la base costituente è l’eccezione, il margine di arbitrarietà che il potere si riserva per rispondere a situazioni di emergenza. Lo stato di eccezione, ossia la sospensione dell’ordine giuridico normale, non è, per l’appunto, come sembra indicare il nome, una norma transitoria, ma diventa condizione permanente, strumento di sorveglianza e punizione di chi è indesiderato. Misure provvisorie e straordinarie diventano paradigma e strumento di governo particolarmente efficace nel momento in cui, come oggi, un sistema è al collasso e i suoi oppositori possono potenzialmente moltiplicarsi e radicalizzarsi velocemente. Così la Val Susa ribelle va militarizzata come una zona di guerra; così, ultimo episodio in termini di tempo, pochi giorni fa, ad Amburgo, una grande manifestazione contro la minaccia dello sgombero di un centro sociale e il progetto di gentrificazione della città sfociata in duri scontri con la polizia ha spinto le autorità locali a dichiarare “lo stato di eccezione” in gran parte del centrocittà, ovvero a creare una enorme zona rossa militarizzata in cui sono state impedite manifestazioni, instaurato il coprifuoco alle 8 di sera e concessi poteri speciali di controllo e arresto alla polizia. E questo nel cuore dello Stato più democratico e progressista d’Europa, all’alba del 2014.
Ma se il diritto è cosa loro, l’immaginario non lo è. Il TAV, occorre ribadirlo, non è soltanto un treno, è un progetto di mondo che, sotto la veste ingannevole del progresso, devasta e saccheggia i territori con l’obiettivo di trasformare il pianeta in un’unica immensa, infernale, metropoli. Perché la distruzione di oggetti finalizzata a bloccare un’operazione del genere possa essere percepita come un strumento legittimo e necessario e non come un atto di terrorismo bisogna rovesciare l’immaginario che lo sottende. La tragedia infatti diventa irreparabile (e la sconfitta certa) quando il nostro immaginario rispecchia, scimmiotta e invidia quello inanimato, incolore e plastificato di chi ci comanda. Ai manager il TAV serve veramente, è funzionale a fare i loro affari, così come lo sono tutte le protesi della tecnologia all’avanguardia; il dramma è quando gli sguardi ammaliati, irretiti e distolti dagli schermi ultrapiatti sono quelli dei proletari ammassati sui treni regionali e impegnati a chiacchierare via facebook invece che con la persona seduta a fianco. L’atrofia degli sguardi e della parola ci renderà insensibili, handicappati, schiavi come i salsicciotti umani incapaci a camminare che popolano il film WALL•E. La complicità con il mondo del TAV nasce dentro di noi quando percepiamo come innocuo o addirittura affascinante ciò che ci rende ciechi, deboli e schiavi, ciò che ci aliena e separa da noi stessi e dagli altri. Se Walter Benjamin già negli anni Trenta aveva svelato quel fascino mortale delle merci che racchiude l’anima più profonda del capitalismo (e ci permette di capire perché a distanza di ottant’anni la loro distruzione pubblica e di massa sarebbe stato considerato uno degli scandali più insopportabili) resta da portare questa comprensione oltre. La secessione da quel mondo implica la necessità della secessione anche dal suo diritto, dalle sue categorie di giusto/sbagliato, di bello/brutto, dal suo immaginario. E nell’alveo di questa secessione, di questo cambio di prospettiva, i rapporti di forza si invertono; se nelle aule dei tribunali vincono sempre loro, dalle strade del mondo provengono mille segnali che ci indicano la via e ci entusiasmano; si tratta solo di prenderne coscienza, metterli assieme in una costellazione unica e farne motore e volontà di lotta. È vero infatti quello che dicono preoccupati magistrati e strateghi nelle carte dei processi: ovunque nel mondo l’opposizione alle grandi opere che abbruttiscono i luoghi e la vita delle persone è diventato il confine tra l’obbedienza cieca e la ribellione necessaria: dalle favelas brasiliane sulle barricate contro i progetti distruttivi per i mondiali in Brasile alla sollevazione turca nata dalla difesa del Gezi Park a Istanbul, dalle campagne rumene di Rosa Montiana in lotta contro la Chevron a quelle della Calcidica in Grecia contro le miniere d’oro, dal cuore di Burgos in rivolta contro la costruzione di un assurdo boulevard nel centro della città a quello di Amburgo assediato dalla gentrificazione, tutto il mondo reclama che la lotta contro il TAV è giusta e da condurre con ogni mezzo necessario, dalla penna alle molotov. È alla luce di questa rivendicazione di immaginario che si può rovesciare le accuse dei tribunali e poter finalmente dire che “terrorista è lo stato” e che è il “capitale che devasta e saccheggia le nostre vite” con la sensazione che tutti possano non solo capirne il significato ma anche e soprattutto sentire la necessità di schierarsi e scendere in strada.



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