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[ L’incipit del mio lavoro antologico sul rivoluzionario e poeta surrealista Benjamin Péret: B. Péret, Sparate sempre prima di strisciare, accompagnamento alla lettura di C. Mangone, Nautilus autoproduzioni, Torino, 2001, pp. 5-13. Le foto, dall’alto in basso: copertina del volume Nautilus; coppia di miliziani spagnoli nell’inverno 1936-’37; Péret e André Breton a caccia di farfalle; ritratto di Péret eseguita dal surrealista belga Maurice Henry; il poeta negli anni Cinquanta. ]

 

Péret-Nautilus-Mangone-SparateSemprePrimaDiStrisciareCominciamo dalla collera. E dal corpo senza vita del surrealismo. Diventato esso stesso natura morta magrittiana; surrealismo di Stato; mucchio di buoni propositi tanto politici quanto estetici infine oggettivati per recuperarli in una sorta di pittoresca collettivizzazione dell’inconscio individuale. E pensare che già l’inconscio, “questo sconosciuto”, era mirabile invenzione neoplasica dello spirito occidentale, congerie tumorale che affiorava come per incanto tra le spoglie dell’anima…
Dunque – avverbio ostile – si va a cominciare dalla rabbia, perché è cosa buona e giusta, o perché, più semplicemente, si possa dire di noi che siamo sovversivi e idrofobi per partito perso. Dalla rabbia, allora, dalla rabbia che residua, che diventa corpo senza organi, e che erode come stilla d’acido il corpus della merce ubiqua e onnipervasiva.
Se un senso vi sia in cotale flusso di vita – e c’è, cazzo se c’è! – per battagliare in poiesis ed altrove, questo non può che condurre ad un bivio, dove una delle strade possibili porta ad Harar, Abissinia, sul limitare di uno smacco definitivo, mentre l’altra, irrimediabilmente, verso le future e commoventi barricate.

Barcellona, 1936. Un cielo senza nuvole… può forse sembrare più azzurro di quel che è?
Certo, ne va senza dubbio della libertà di mostrarsi orgogliosi e ingenui nell’essere pur sempre uomini di carne ed ombra davanti alla morte rappresentata dallo Stato, da tutti gli Stati. Per cui, operai e contadini spagnoli: anarchici, comunisti, figli di puttana: davanti alla morte e al dio che serve da paravento e trincea ai padroni bastardi che puzzano di metafisica, davanti alla scelta di fottersi amabilmente o perire (come se niente potesse essere), si lanciano con cognizioni di fuoco nel flusso feroce degli eventi.
La rivoluzione, mentre il cuore di tanti sembra inventarsi un battito, torna a vagare per le strade come una gatta in calore. E il tempo del capitale salta uno, due, tre giri… sembra quasi che l’impossibile diventi a portata di mano ogni giorno di più…
I frutti si fanno dolci e conturbanti come culi di ragazzine. Centinaia di preti passati per le armi; latifondisti in fuga; più di mezzo milione di lavoratori nella sola Catalogna che autogestiscono le proprie fabbriche. Il corpo dello Stato, improvvisamente acefalo, si trasforma in una miriade di organismi libertari che praticano l’indicibile: l’anarchia, come tensione organica e collettiva che svuota di senso le strutture autoritarie della società scardinandole.
MILIZIANIE anche i poeti sono sulle barricate. Facendo corpo con le proprie sofferenze, i propri sogni, finalmente in combutta con il mondo circostante, nel tentativo di realizzare una comunanza reale fra tutti gli individui liberi e sovrani. Tentativo che si fa immane, smisurato, poetico oltre ogni limite, in una pratica anarchica e collettiva dell’impertinenza – dell’impertinenza nel suo senso etimologico di non appartenenza, ovvero del non essere inerenti a tutto ciò che si sa o si ritiene consono ai luoghi comuni del discorso e della vita quotidiana degradata a mera sopravvivenza, e che può riassumere in sé, sovranamente, la tensione libertaria che concerne la critica e il “chiamarsi fuori” del poeta posto di fronte all’istituzione e ai processi alienanti che essa materializza.

Dovunque ci sia comunicazione mediata, là c’è lo Stato. Nel dominio del linguaggio si è condannati ad essere dialettici: il discorso non è altro che il perpetuarsi del potere attraverso i luoghi comuni.
In tale dominio, la pratica poetica diventa controsenso – perché ricrea e irrigidisce il senso delle parole per aizzarle contro la logica prosaica del potere, ne riduce la necessità storica e si burla di chi nutre la vana speranza di fissare una volta per tutte lo stato di consistenza dello spirito – conducendo il poeta ad accantonare criticamente l’alchimia del verbo.
Il poeta che stermina le parole, che si lascia l’opera letteraria dietro le spalle, che impugna un’arma: perché ci sono momenti in cui solo con una pistola si possono fare dei capolavori.

Nell’agosto del 1936, il poeta surrealista Benjamin Péret lascia Parigi per raggiungere la Spagna che è insorta contro il fascismo. Militante del P.O.I. (il piccolo partito trotzkista che costituisce la sezione francese del Movimento per la IVa Internazionale), Péret partecipa alle scaramucce nei pressi di Huesca e riceve l’incarico di curare alcune trasmissioni radiofoniche in lingua portoghese per conto di una formazione marxista spagnola, il P.O.U.M.
L’insurrezione contro il golpe franchista del 19 luglio ha innescato un moto rivoluzionario che sconvolge poeticamente la vita di migliaia e migliaia di uomini.
Dove trovare l’uscita, se non dovunque?
Il poeta francese, lanciandosi a capofitto nel processo rivoluzionario, si affranca dalla letteratura – anche dalla sua letteratura – in una pratica poetica che finalmente non ha più bisogno solo di poesie.

Mio carissimo André,
se tu vedessi Barcellona com’è oggi, ornata di barricate, decorata di chiese incendiate di cui non restano che le quattro mura, tu faresti come me, esulteresti. D’altronde si comincia non appena passato il confine. La prima casa che si vede in territorio spagnolo, una grande villa circondata da un parco, è stata requisita dal Comitato operaio di Puigcerda. Arrivando in questo villaggio si sente un rumore di tuono. È una chiesa che gli operai, non contenti d’averla incendiata, buttano giù con una rabbia che è un piacere a vedersi. Chiese incendiate o private delle loro campane, non si vede che questo in Catalogna, lungo tutta la piccola terribile via ferroviaria che ho preso in prestito per andare da Puigcerda a Barcellona e che mi è sembrata una passeggiata da favola. A Barcellona, niente più polizia (…).
(Lettera di Péret a Breton, Barcellona, 11 agosto 1936; in Claude Courtot, Introduction à la lecture de Benjamin Péret, Le Terrain Vague, Paris, 1965, pp. 27-28)

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Dopo pochi mesi, le cose cominciano però a prendere una piega drammatica.
Nell’ottobre del ’36 ha inizio la militarizzazione e il controllo stalinista delle milizie operaie; il 4 novembre, invalidando i loro stessi ideali, gli anarchici della CNT-FAI (la grande organizzazione di sintesi anarco-sindacalista, che conta più di 1.500.000 iscritti) entrano con quattro ministri nel secondo governo centrale del socialista Caballero; quindici giorni più tardi, in circostanze misteriose, muore a Madrid il guerrigliero anarchico Buenaventura Durruti, figura di spicco dell’intero movimento libertario.
Nel conseguente ed inevitabile disorientamento dei militanti rivoluzionari, i rapporti tra Péret e i quadri del P.O.U.M. si fanno tesissimi. Secondo un’affermazione del poeta, contenuta in una lettera indirizzata a Breton il 7 marzo 1937 dal Fronte di Aragona, i dirigenti filo-trotzkisti accettano gente alla loro destra, ma non alla loro sinistra (cfr. C. Courtot, cit., p. 36). Vedendosi dunque costretto a cessare ogni collaborazione politica con il P.O.U.M., Péret passa tra le file dei miliziani anarco-sindacalisti della Colonna Durruti. Arruolatosi così nella 1a compagnia del battaglione “Nestor Makhno”, è impegnato militarmente nel settore di Pina de Ebro.
Ma il suo sogno, che è il sogno di tanti, non riuscirà a diventare più reale della realtà. Il risveglio è quanto mai brusco.

L’UOVO DI DURRUTI SI SCHIUDERA’. Intesa la mattina del 20 maggio scorso, in un dormiveglia attraversato da immagini confuse del Fronte d’Aragona lasciato tre settimane prima, questa frase mi svegliò di colpo.
Ho sempre visto in Durruti il dirigente anarchico più rivoluzionario, quello la cui attitudine si opponeva più violentemente alle capitolazioni degli anarchici entrati al governo e il suo assassinio mi aveva turbato molto. Pensavo che l’insegnamento costituito dalla vita di Durruti non si sarebbe perso, che – per riprendere un diffuso luogo comune – il seme (l’uovo) che egli aveva gettato sarebbe nato (si sarebbe dischiuso) presto. Colei che amavo era su posizioni anarchiche ed ammirava Durruti. Lei non stava con me, quindi non era nata alla mia vita, ma speravo che vi si decidesse presto, che vi si schiudesse.
(cfr. Benjamin Péret, L’œuf de Durruti èclora, in: Œuvres Complètes, tome 5, Librairie José Corti, Paris, 1989, p. 47. Testo pubblicato originariamente sui Cahiers G.L.M. del marzo 1938; la donna cui si riferisce il testo è la pittrice Remedios Varo)

Péret1Un amaro destino attendeva il nostro poeta in armi. Il sogno di libertà appena intravisto si risolve materialmente in un incubo: i franchisti ricevono massicci aiuti dai paesi nazi-fascisti; le conquiste della rivoluzione vengono sabotate apertamente dai comunisti spalleggiati dal regime sovietico (erano gli anni del “socialismo in un solo paese”); anarchici e stalinisti finiscono per affrontarsi armi in pugno per le strade di Barcellona nel maggio del ’37, e sono i secondi ad avere la meglio.
Con il senno di poi, e molta rabbia in corpo, gli errori politici e le ingenuità dei dirigenti rivoluzionari appaiono sconcertanti. Soprattutto gli anarchici scontano debolezze imperdonabili. In meno di un anno si ritorna alla normalità, e la rivoluzione collettivista ed autogestionaria si trasforma rapidamente in guerra civile tra due opposte fazioni della borghesia spagnola.
Nel 1956, rispondendo ad un questionario proposto dalla Fédération Communiste Libertaire, Péret sarà anche troppo duro con i suoi compagni anarchici:

L’antiautoritarismo anarchico tendeva in principio a suscitare l’iniziativa diretta della massa incitando la classe operaia a prendere essa stessa la direzione delle sue lotte. L’anarchismo ha dimostrato che la classe operaia era capace di iniziative rivoluzionarie e possedeva un sentimento di classe. In seguito, l’anarchismo si è trasformato. La sua teoria detta “delle minoranze agenti” costituisce nei fatti un ritorno indietro, benché inconfessato, alle posizioni del blanquismo e del socialismo marxista. In effetti, queste “minoranze agenti” non formano nient’altro che un partito senza struttura, ciò è evidente nei rapporti tra la F.A.I. [Federacion Anarquista Iberica] – minoranza agente – e la C.N.T. [Confederacion Nacional del Trabajo], organizzazione di massa. L’anarchismo ha una vera fobia di certe parole (parlamentarismo, Stato, partito) e crede in una virtù magica dell’esempio di cui sopravvaluta considerevolmente la portata. L’antiautoritarismo e l’antistatalismo anarchici non hanno resistito alla prova dei fatti. La rivoluzione spagnola ha mostrato da questo lato l’inconsistenza delle teorie anarchiche, perché i rappresentanti della F.A.I. si sono trovati al fianco dei ministri stalinisti, socialisti e liberali nei governi della zona detta “repubblicana”. Per non aver potuto sopprimere lo Stato in generale, si sono associati allo Stato capitalista. L’anarchismo non si riprenderà più da questo fallimento.
(B. Péret, ibidem, pp. 285-286)

Precedentemente, in uno scritto con cui criticava aspramente Albert Camus, testo apparso sulla rivista “Le Rue” del giugno 1952, Péret aveva già riassunto lucidamente, in margine alle critiche sull’homme révolté camusiano, e in una prospettiva che si potrebbe definire “consiliarista”, le dinamiche socio-politiche che erano state innescate all’indomani del golpe militare franchista:

peret4(…) Quando il 19 luglio 1936 le masse spagnole scesero in strada per rispondere al colpo di stato di Franco, erano in rivolta sia contro il governo repubblicano, incapace di sventare e dominare il complotto militare, sia contro questo stesso complotto. La loro vittoria ha sùbito automaticamente trasformato tale rivolta in rivoluzione, ma quest’ultima ha trovato istintivamente una forma che non era stata raccomandata né dai marxisti né dagli anarchici, cosicché tutti i raggruppamenti politici e sindacali si ritrovarono, all’indomani dell’evizione del capitalismo, disarmati dalla novità del fatto e incapaci di comprenderne la portata. Le masse avevano agito senza preoccuparsi delle parole d’ordine dei loro dirigenti e creato ovunque comitati che assumevano localmente il potere vacante. Invece di terminare l’opera delle masse chiamando tutti i comitati sorti spontaneamente ad eleggere un organismo centrale per assumere la direzione della rivoluzione, queste organizzazioni li lasciarono vegetare, mentre se la intendevano con i loro avversari borghesi di prima. Ciò voleva dire fare il gioco dello stalinismo che, vedendo molto chiaramente il pericolo mortale rappresentato dalla rivoluzione e andandosi organizzando, capì facilmente tutto il vantaggio che poteva trarre dalla situazione e ne approfittò per annientare la rivoluzione. (…)
(B. Péret, Le révolté du dimanche; cfr. O.C., tome 7, José Corti, Paris, 1995, pp. 185-186)

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