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Credere che ci sia un sapere privo di orrore, privo di quella bassezza che rende la parola troppo visibile, troppo legata all’infamia e all’esercizio d’un potere.

Una regola senza àrbitri. Altezze senza vertici.

Il punto non è governare il fuoco, ma saper andare con le faville.

I corpi più semplici veicolano la parte non scambiabile del nostro mondo, incarnandosi intorno a ciò che continua a vivere anche quando noi moriamo.

Movimento, sempre più movimento. Uccisore di una quiete indesiderabile.

In tutto questo, ci si rapprende a sprazzi intorno ad una carne indisponente, senza riscatto, sempre in vista di ciò che rimane a pelle.

Piccolo cabotaggio dell’amore, oltrepassamento della speranza.

– Solo certe sospensioni del dubbio corrugano il piano. Dovremo portare a termine noi stessi l’opera di creazione. L’amore non è cancellabile con un tratto di penna. L’idea del tutto rimane ancora un’avventura.

Vivere. Come in un libro aperto. Al di qua di ogni opera possibile.

Avvertivo la tua imminenza. Mutavo in carne le parole che ti amavano. Relegavo invece nel castello sadiano di una prossimità indifferenziata le parole che risultavano inadeguate.

Abbandonàti al rischio attraente del simbolo, i tuoi diversi corpi respirano dentro la mia testa.

Terminazioni poetiche. Innervamenti che restano ancora inediti.

In me, in questa lotta che ormai non si attende alcuna formula, ogni parola assorbe una dose massiccia d’anarchia. E l’odore del tuo sesso riaffiora, come per incanto, dal disastro stesso della mia opera.

 

Quest’amante che si chiama verità, Gwynplaine edizioni, 2014. Foto trovata in rete.

 

 

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