Tag

, , , , , ,

Acephale-Masson

Che cos’è l’irrazionalità e in che modo potrebbe “servirci” ad abbattere la subordinazione nei confronti dei flussi di potere che ci vogliono cittadini senza unicità e scriventi senza più biografia? Cosa posso scrivere, e come, quando scelgo un movimento del pensiero che implica una scrittura? A chi scrivo quando pratico un pensiero scrivente? In che modo faccio ancora testo?

Prima risposta, assai approssimativa: la scrittura può battere sul tempo il valore se non si dà una durata, se perde il tempo (non il ritmo, non il battito, ma il tempo).
Scrivere come se si scrivesse sull’acqua e smettere di leggere soltanto con gli occhi – si legge anche con lo stomaco, con la fica, il cazzo, non solo con gli occhi. Gli occhi sono spesso le sentinelle ottuse dei nostri umori.
Se io carezzo un corpo vivo, se lancio un sasso, se clicco su un mouse, io sto scrivendo almeno in parte anche il lettore della mia scrittura. Dunque: scrittura come amore per il supporto che essa avrà.
Chi non s’accorge dell’amicizia verso il mondo che residua anche nel pensiero e nelle scritture più critiche, si perde in un mero lavoro di trascrizione delle proprie separazioni dal mondo.

Seconda risposta, questa già meno approssimativa: il libro, in quanto struttura chiusa, è una scatola, una trincea, un fondo d’investimento. In quanto tale, è un depositario del valore, un imbalsamatore del vivente, una funzione, un capitale fisso (e spesso anche un capitale “fesso”, crepato, fissurato dalla banalità delle separazioni che lo scrivono).
Quindi il libro è una trappola, una trappola per le storie, i concetti, la bellezza. Una trappola che funziona da circa cinque secoli in modo flagrante, benché il suo principio esista in realtà da alcuni millenni come idea di recinzione del sapere, dei saperi, e che la virtualità (il libro digitale) non ha certo messo in discussione radicalmente.

La trappola si potrebbe disinnescare in vari modi (beninteso, qui di seguito andrò elencando risposte senza risparmiare ulteriori questioni e preservando comunque un territorio di caccia per il poeta, il teorico; in altri termini, la trappola non deve intrappolare anche il cacciatore): 1) scrivere senza fini immediati o addirittura senza fini, come in una incessante scrittura automatica – o in un perpetuo editing – costruendo un’opera senza punto finale, la quale ci assimilerebbe alla figura di un carcerato che si scavi una via di fuga attraverso i muri della prigione con un cucchiaino da caffè pregustando per anni il cielo senza sbarre e l’erba verde da calpestare – evasione però impossibile o possibile solo se si smette di scrivere, il che significherebbe accettare il perimetro del corpo e della propria comunità, ma senza passarlo in una scrittura, senza tematizzarlo, senza far fruttare l’umano cercando di colmarlo (o svuotarlo) con un cucchiaino da caffè; 2) stare dentro il labirinto dello scrivere, ossia dentro il movimento della scrittura, seminando ogni eventuale Arianna che venisse a imporci il suo filo del discorso e celebrando in noi il Minotauro che torna alle glossolalie del cuore, al toccare, al giocare con la fanghiglia dei linguaggi contemporanei per ricomporli in nuove relazioni di senso – d’altronde, io credo che l’uscita dal labirinto sia ormai ovunque; 3) scompaginare l’irrazionalità, ossia i frammenti contemporanei della ragione, senza ripristinare un sistema; tradire finalmente l’idea freudiana di inconscio per tornare alle notti piene di stelle e alla continuità spaziale di tutti i pensieri, siano essi pratici o inconsulti, lisci o pieni di buche; radicare in sé la volontà di potenza (e di senso) senza strappare le radici degli altri, senza snobbare i rami, i fiori e i frutti della profondità (o il galleggiamento delle parole, la leggerezza della ferocia); 4) non si scrive per vivere, ma si vive per fare un’opera, un territorio, una continuità di specie e di senso.

joel-peter-witkin

La bocca di un pozzo, si diceva. Di quando avevo un amore. Di quando ero certo di un amore particolare. Tempi in cui mi accapigliavo con la tua carne, con la possibilità di una comunanza da ridire ogni giorno, da fermare in una conferma, in una consegna ad ogni passo.
D’altronde, estenuati da questo movimento che non è e non sarà mai interamente quello dell’amore – la conferma, il fermarsi su di sé in mancanza di un noi che non sarà mai come vorremmo (perché il noi è sempre un rilancio, una fatica di stelle che collassano) – ci siamo destinati ad un altrove, a mondi diversi dal possibile che era stato vagamente nostro, distanti ormai l’uno dall’altro, ma riverberando ancora l’unicità irriducibile della relazione, la sua bellezza senza condizioni, lo spazio che era stato creato momentaneamente come luogo comune in cui accomodarsi (perché l’amore è anche questo, forse soprattutto questo: creare una familiarità con una porzione dell’esistente, creare e condividere un territorio – mentre il lottare per una durata dei rapporti, viceversa, è un subordinarsi alla necessità, al dover lavorare per l’amore, rendendo l’amore stesso un lavoro salariato o, ancor peggio, una contropartita all’interno di un rapporto di scambio romanticamente economico) – ecco, rendersi conto, nonostante tutto, nonostante la fine dichiarata, che l’amore non è stato vano, che abbiamo perso insieme il tempo che ci avrebbe perso isolandoci: tutto ciò può realizzare gli incroci tra la nostre vite singolari e le singolarità che vivremo senza più incrociarci, ma anche senza più isolarci, senza più perderci nei motivi del nostro isolamento comune.

[Il precedente capoverso è stato scritto deliberatamente per risultare irriducibile ad ogni analisi logica.
Grazie, lettore, per le contraddizioni che saprai non accettare.].

La bellezza non è mai vana. Nessun tramonto è vano, se prepara un’affermazione d’aurora (o un mal d’aurore).
Le parole ci hanno avvinto senza vincere le nostre mancanze, le nostre mancanze ci hanno perso, ma noi non saremo mai persi abbastanza per mancare al prossimo tramonto.
Vivendo, non si deve mai cessare di sfanculare la morte che verrà – e che si cerca di eludere lasciando segni, scritture, figliolanze spesso infedeli.

Ogni mio libro – anzi: ogni mio testo, per quanto breve esso possa essere – non mi rinchiude, non presenta un vero punto finale, ma rilancia continuamente e si lancia senza posa verso il movimento della ricerca e dell’interrogazione. Ricerca di un senso da condividere e condivisione di un senso che m’interroga continuamente su me stesso e sul mondo.
In questa tensione verso l’apertura, mi attribuisco un’unica ingiunzione: mai lasciarsi intrappolare dalle proprie opere, dai proprî amori. Ingiunzione che mi coniuga al movimento del mondo, lasciandomi giocare con la mia unicità e con quella degli altri viventi attorno a me.
Attraversare il mondo padroneggiando l’attraversamento, ma senza attribuirgli una direzione, un padrone.

Gennaio-febbraio 2015.
Illustrazioni (dall’alto in basso): disegno di André Masson per la rivista Acéphale; foto di Joel-Peter Witkin; copertina del mio Fuoco sui ragazzi del coro, realizzata da Marco Castagnetto.

MangoneFuocoNautilus2014

Annunci