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Ottengo un po’ di grazia soltanto nell’andare per il mondo alla ricerca di ciò che può frenare la morte almeno per qualche istante. Dietro lo specchio, c’è tutto un fermentare d’occhi.

Anche se non possono comprendersi, il parafulmine e la folgore si ameranno per sempre.

Volevo riempirmi la bocca di stelle, ma mi è rimasta la notte sullo stomaco. – Avrebbero dovuto sparargli, a Sisifo.

A volte, mi sento come quei punti che inciampano nella gioia della frase successiva.

Il mio cuore non si nega l’andare a capo. Ogni battito è come un eccetera che azzanna il fato.

Sono appena stato in un’altra vita. La tua.

Se vuoi usare le parole per poter costruire una qualche bellezza, usale sempre come se fosse l’ultima volta che fai l’amore.

Almeno ogni tanto, siate palesemente umani.

Scampoli di bellezza si abbattono sulla sera impervia. Concedersi senza remore alla premura di un avverbio come “perdutamente”.

Mi piace pensare all’idea dell’amore – e al suo avvento – come ad un’alterazione del destino, ad una poesia incurabile del tempo biologico.

Procedere con un altro me stesso. Lanciarmi senza posa all’esterno dell’avverbio “oltre”. – Insieme a te, riarmo il “ti amo”.

La valanga seduce i fianchi della montagna portando a valle una teoria d’inclinazioni. Si sommerge anche la morte, a furia di prorompere contro la banalità della vita. Ogni mano tesa ha una sorella che l’attende. Sta a noi urtare contro gli spigoli del destino senza farci male.

Le stelle, viste dalla Terra, hanno la capacità di brillare anche da morte. – Giorno dopo giorno, rendiamo alito e corpo all’incessante ricombinamento della materia. Vita-morte, morte-vita, flusso, disastro della carne “spiritata”, naufragio del discorso. Certe prospettive, lungi dallo stabilirci in un’idea, conservano ai miei occhi un qualcosa di commovente. Ed è qui che balena e si assolve la bellezza, la poesia residuale che ancora attribuisco agli umani.

Non si resta indenni attraversando un altro corpo. – Io e te, destinati ad un noi senza attenuanti.


Così perdutamente umani, Nautilus autoproduzioni, 2010, Torino (seconda tiratura: febbraio 2015). Collage di Franz Falckenhaus (in alto) e Georges Hugnet.


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