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Il testo che segue è apparso in precedenza come appendice a L’Arcangelico di Georges Bataille – nell’edizione digitale e gratuita della Maldoror Press -, nonché nel mio La qualità dell’ingovernabile (Gwynplaine edizioni, 2011). Si tratta di uno scritto cui tengo molto, anche perché esso rappresenta in qualche modo l’embrione (e l’estrema sintesi) di Quest’amante che si chiama verità. Le illustrazioni sono di Apollonia Saintclair.

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«Je pense comme une fille enlève sa robe. À l’extrémité de son mouvement, la pensée est l’impudeur, l’obscénité même. [Io penso allo stesso modo in cui una ragazza si spoglia. All’estremo del suo movimento, il pensiero è l’impudicizia, l’oscenità stessa.]», G. Bataille, Méthode de méditation, 1947.

All’interno dei limiti di ciò che io sono – ma anche di ciò che amo e con cui vengo ad incarnarmi – le mie aspirazioni più decise mirano sempre alla nudità del pensiero: ossia a quello svelamento subitaneo e rapinoso che riesce a sospendere (come pure a sorprendere), anche solo per brevi istanti, la logica delle attività umane subordinate.
Un paradosso sovrano e sommamente ironico s’insedia in ogni pensiero che sovverta gli agî consueti del pensare e le sue pertinenze logiche.
Ciò di cui parlo non è propriamente un contrasto, bensì un amoreggiare con le idee e tra le idee senza curarsi della nostra permanenza in esse.

Il pensiero del corpo e della carnalità, e di ciò che deborda dai nostri perimetri di pelle, mina ogni proposito di fissare una volta per tutte lo stato di consistenza del pensiero e ne scompiglia allo stesso tempo l’esigenza di metodo.
Ciò che esorbita ed elude la stasi dell’essere (e quindi l’idea stessa dell’essere) è l’unica verità sensibile: realtà di quel corpo che abitiamo e dal quale siamo abitati.
La verità è quindi il movimento della materia vivente; e non lo stanziarsi dentro un’idea della vita, e neanche nell’idea di un movimento.
– La carnalità preme contro il pensiero, lo invade. Il corpo vivo secerne verità. Ma quanta parte di questa verità è destinata a non morire con noi o ad abolire lo scambio simbolico che essa intrattiene con ciò che la uccide?

Anche il corpo che vive ha una sua intelligenza, e questa intelligenza carnale, come qualità della materia senziente, confluisce nelle facoltà mentali di adattamento all’ambiente o di modellamento della realtà – ossia in ciò che noi umani chiamiamo generalmente “pensiero” – attraverso sentieri appena tracciati e lungo i quali non esiste segnaletica certa.

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Devo scalzare strati e strati di pensiero; liberarmi di quella gravità di pensiero che viene da lontano, dall’umanità degenere che è in fondo al mio essere e che intralcia l’unicità di ciò che amo.

Ciò che sta sfuggendo all’umano è la realtà toccante della materia, il destino delle mani, la giocosa pudicizia che prepara l’esplosione.
Il corpo che mi contiene, e che mi apre alle sue esorbitanze (l’amore, la poesia, l’ebbrezza di vivere), è una soluzione di continuità dell’informe, non del flusso generale che mi porta. Il corpo è la differenza che vive, che s’incarna in un movimento, in uno spazio singolare. E proprio in questo spazio, dove la mia unicità interiore e carnale è una delle dimensioni che lo costituiscono, io non tocco il presente, io tocco la presenza.

La carnalità è già una crosta, è già il sostrato di tutti i tentativi culturali che si sono succeduti storicamente per regolare la carne. Bisogna quindi scendere giù, sempre più giù, verso l’humus, verso il pantano dove il pensare stesso diventa sconcio, per poter manifestare gioiosamente il pensiero della carne come se fosse un sesso tumido e pronto alla copula.
Nella mia mente, c’è tutto un turbinare di pensieri che si chiavano tra di loro senza venire alle parole.

Se voi arrivate a vincolare la mia unicità e a spezzare il senso che do al mio corpo, limitandone le esorbitanze, io urlo la mia carne contro di voi.

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Non è il corpo ad essere limite alla mia presenza nel mondo, bensì il pensiero che cerca di regolare e convocare la carnalità dentro il perimetro del possibile. Il pensiero che pensa il corpo lo radica infatti nelle funzioni che ne disciplinano le aperture. Tutto si riduce all’aspetto funzionale, organico: il corpo si lega quindi alla vita solo per chiudersi all’impossibile, ma così facendo si vieta la radicale qualità della materia che ci contiene e che nasce proprio dall’incarnazione di una libertà senza pensiero.
[In tutto questo, bisogna pensare alla parola come ad una sorta di escrescenza o secrezione del corpo. Un residuo, una bacchiatura del pensiero, un’eccedenza salina da lavorare nel mortaio dei luoghi comuni.]
L’unicità del corpo, di ogni corpo vivente, è il luogo comune per antonomasia – dimensione attraverso la quale gli uomini accettano o ricreano l’assetto del mondo che gli viene dalle unicità più meno definite che li hanno preceduti.
Ma all’interno di questo “luogo comune”, il movimento (ossia il senso, la vita, la lotta contro la morte) viene innescato e “vivificato” solo dalla consapevolezza dell’unicità che costituisce il corpo e il pensiero del corpo. È quindi l’esperienza dell’unicità a infondere vita al suo depositario carnale e a svilupparne la forza, le intensità.
Detto questo, ciò che si chiama “follia” non sarebbe forse la negazione o l’oltrepassamento di quel luogo comune che è il corpo comunicante? Non potrebbe forse connotarsi come il ritorno ad una libertà senza pensiero o come il radicarsi in un senso inaudito di natura asociale o “superumana”? Siamo proprio convinti che l’ultimo stadio dei pensieri di Artaud o di Nietzsche sia ascrivibile in toto a dinamiche psico-patologiche? Non si potrebbero azzardare dei paralleli tra certi epiloghi esistenziali e qualcosa di simile al risveglio della Kundalini, ossia di quell’energia generativa e primordiale che secondo gli yogi risiede dormiente all’altezza dell’osso sacro, in coincidenza col più basso dei chakra (il mulādhāra), e che viene ad attivarsi in particolari stati di coscienza?

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Mi dovrò intagliare una fica dentro la mente, aprire una vagina nella sostanza più dura del mio pensiero. I concetti non sono cazzi da brandire come manganelli. Occorre trovare il giusto accoppiamento tra i pensieri (ci sono pensieri maschi, pensieri femmine, pensieri senza genere) evitando però di prostituirli alle necessità di una logica. Bisogna fare in modo che anche le idee riecheggino i godimenti passati o futuri.

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Il corpo di una nuova Comune. – Ossia il fuori che si veste anche del mio corpo, che ride anche sulle mie labbra, che gronda il sangue che sarà anche mio in ogni emorragia di senso.
Devo cercare i molti che sono nell’uno, l’algebra che sconvolge ogni calcolo, quel modo dell’affetto carnale dove la condivisione è un incastro mutevole, una divisione indivisibile, una sottrazione senza mancanze.
C’è tutta una teoria ineffabile di sessi che si avvicendano e s’accoppiano nel farsi del pensiero – che è da intendere anche nel senso che io mi faccio il pensiero: lo chiavo, lo slinguo, lo inculo – in un delirio sul pensiero (o del pensiero come delirio) a sfondo non meramente sessuale, bensì contro ogni “sfondo” e per ogni carne amorosa possibile.
Nonostante le ideologie e i poteri costituiti che se ne servono, il pensiero non si cristallizza una volta per tutte e si dà solo nel movimento, ossia nell’azione incessante che tende a verificare il suo stesso pensarsi.
Non c’è speranza per il sacro – o per la legge – dov’impera la carnalità e l’unicità qualunque dei corpi che si avviluppano amorosamente. L’anarchia è l’ordine del vivente, l’ombra fertile dove i semi decidono di germinare. Il potere può schiacciarne i fiori, ma il loro polline rimane incontrollabile e dissemina significati contro ogni potere.
Non si argomenta un corpo, lo si dispiega. A farmi arrapare, è sempre un pensiero dello stesso genere del sesso che amo, ma a quest’ultimo aggiungo o sottraggo il mio genere e quello di molti altri pensieri passati, presenti e futuri che mi toccano, mi stregano.

Il mio corpo è una Comune formata da tutti i corpi attraverso i quali ho vissuto e grazie al cui avvicendarsi possiedo un pensiero di me, un’insieme di vicende che mi riguardano.
La Comune è il territorio dei corpi toccanti e che si toccano; la loro parola è sempre in eccesso, sempre aperta – cosce nude, spalancate, assalto di bocche, riconoscimento di ciò che ospita l’altro senza asservirlo, abbracci, strette, coiti che sono ammassi stellari, buchi che inghiottono il tempo, corpi che ridono.

Partendo dalla sensazione che si ha del proprio corpo, l’Io è il più vero dei malintesi. Il suo discorso – il suo mettersi in opera – è senza soddisfazione ultima (senza “paradiso”) e quindi, proprio per questo, rimane consegnato alla struttura sempre manchevole e sempre in via di rifacimento del senso e del suo corpus di pensieri.

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L’impossibile è solo un nuovo campo di possibilità. Operazione sul reale, sulla creazione della realtà. Flusso che unisce l’origine del corpo – lontano, senza parole, eppure sempre prossimo alla decisione, all’esterno della morte dove la vita si decide – con la prossima origine che io preparo e che non vedrò.
In alcuni momenti, accade proprio che io mi tocchi, mi tasti la carne di nascosto, congedandomi ironicamente dal pensiero che limita ed istituisce il mio mondo (il mio esterno), a partire da un interno insorgente, mortale, mai domo.
Palparmi all’insaputa del pensiero: lo faccio per sentirmi vivo, per sentirmi passibile di ancora più vita, e senza necessità, senza l’assillo di farne necessariamente qualcosa.

Spogliare il corpo di ogni spettacolo. Spogliare il mio e il tuo, di corpi, insieme ai loro pensieri, alle cose, alla parola che li limita.
Svestire il destino, toccare, amarsi, mentre l’idea del corpo continua a parlare senza di noi.

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