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Qualche giorno ho ritrovato la mia copia di La nuova carne poetica (vol. 1, La femmina intelligenza), un’antologia di poesia al femminile che avevo curato per PesaNerviPress nel 2008. Il volume raccoglieva i testi di dieci donne (all’epoca tutte blogger sulla piattaforma Splinder) ed era introdotto da un mio scritto dal titolo Fiori, poesia e altre amenità. E di tale prefazione propongo qui di seguito una sorta di cut-up, con alcune piccole varianti rispetto al testo originale. Le foto sono dell’iraniana Gohar Dashti.

 

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La trama del vivere – di questa vita appesa ad un filo di vento – si dipana invariabilmente intorno alla conoscenza che possiamo farcene fin dalla nostra più tenera età. E la curiosità, le esortazioni, gli stimoli al conoscere che prendono forma dalla relazione che abbiamo col mondo e con gli altri esseri viventi – tutto questo c’induce ad aprirci e a mantenere un’apertura decisiva nei confronti dell’esistente.
Attraverso questo varco – anche quando si rivela una semplice, sottile feritoia –, il sapere e le strutture che utilizziamo per comunicare ci tengono avvinti alle possibilità dell’umano e soprattutto ad una comunanza reale (per quanto talvolta solo in potenza) con chi se ne fa carico in modo amoroso e sincero.

In sostanza, noi viviamo per e nel movimento. Non certo per la stasi.
La bellezza è indeterminabile, riottosa, impagabile. Scoppia improvvisamente, arde senza consumarsi.
Il bello si perde tra le lenzuola, riemerge al largo, vaga tra sorriso e sorriso e non degenera mai del tutto.
Si vive per dare sangue all’intelligenza. Si ama, si viene amati, ma l’amore non è mai figlio del caso, o almeno non del tutto: esiste da sempre una corrente galvanica che salva i corpi dalla loro stessa definizione – e che sguinzaglia l’intelligenza dell’umano alle calcagna dell’impossibile.
L’ampia eventualità del desiderio è la tensione dell’amore. Agire l’impossibile è creare nuovi luoghi d’intesa per l’umano. L’appagamento corrompe la norma, apre nuovi sentieri. L’impossibile si rivela nell’immediato come orizzonte del pensiero e può sempre dirsi in una riformulazione incessante dei luoghi comuni. Ed è proprio ciò che si dice senza posa, contro la mestizia del presente, che muove il mondo e commuove i forti, irrimediabilmente.

L’umano ci affascina. Le forme-di-vita ci attirano con la loro intrinseca unicità. Cerchiamo la condivisione del diversamente unico, la messa in comune dell’umano che deborda dai corpi, dalle menti, allo scopo precipuo di creare e potenziare la comunità dell’amicizia. Amicizia verso l’umano. Amore per la bellezza unica dei mortali.
E l’umano parla, si mette in opera. I suoi segni ci riportano le carezze, i respiri, le paure. L’uomo costruisce ogni idea sagomandola dentro le parole che la dicono nel momento stesso in cui viene pensata. Le parole raggrumano il pensiero, l’azione – e l’agire si porta dietro i luoghi comuni del già detto o la bella violenza di un senso da vivere (e da dire) nei luoghi sempre nuovi dell’umano.

Il fascino dell’opera (e del fare testo) deriva spesso dalla bellezza mentale di colui al quale è destinata; non solo quindi dalla munificenza creativa dell’autore o dalla sua riscrittura più o meno abile dei luoghi comuni. L’opera è parte di un flusso. Ogni umano è dunque un libro aperto. E ogni libro ne produce e ne richiama invariabilmente tanti altri. Detto questo, l’interrogativo cruciale che dovrebbe porsi ogni umano che si mette in opera non è: perché si scrive?, ma semmai: per chi o a chi si scrive?
L’amante, gli amici, le menti e i corpi da sobillare – sono questi i legittimi destinatari, nonché gli elementi ulteriori dell’opera; sono questi i luoghi dove si licenziano le mancanze dell’opera per non perderla nell’indistinto.

[ Bisogna rivendicare i tòpoi della fisiologia; creare i luoghi di una comune presenza dei corpi a se stessi. E comunicarli nella comunanza di coloro che vengono dal rifiuto di ogni comunità. Ritrovarsi quindi in una nuova carne poetica. Fuori dalle gabbie dell’amore romantico. Negando le sirene dell’uniformità democratica, dell’alienazione customizzata, dello spaccio al dettaglio di un libertinismo rincretinente e socialdemocratico. ]

 

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«Le poème est l’amour réalisé du désir demeuré désir». Quest’aforisma di René Char (Seuls demeurent, 1945; ora in: Œuvres complètes, Gallimard, Parigi, 1983, p. 162) condensa in poche parole tutto il dinamismo di ciò che nell’attitudine poetica è il richiamo, l’apertura decisiva su un futuro che si vuole tra le braccia della bellezza: desiderio che resta desiderio – ossia movimento del cuore, dell’intelligenza – nella concretizzazione sempre parziale e soggettiva di un’idea dell’assoluto che si situa all’altezza della vita.
L’intelligenza ha la sua carne, il suo sconcerto. Tesse fili e sbroglia nubi. Porta con sé il sesso del giorno, i sorrisi della notte, la logica feroce di una lotta senza quartiere contro la banalità del mondo.
Mai subire la vita, neanche quando si agisce in pura perdita.
Bisogna andare incontro all’inconsulto maneggiando le terribili ironie del poeta, lungo il tracciato scosceso di una ricerca incessante e rintuzzando con tenerezza e decisione la crassa contemplazione del già dato.
[ Non bisogna però fermarsi sulla soglia, trattenersi sul poème, ovvero sul residuo testuale dell’agire poetico. Il traguardo appena tagliato deve richiamare un nuovo slancio, una nuova capacità del saper vivere. L’attitudine poetica è l’amore che sconcerta il suo stesso desiderio e che si pone come conoscenza estetica del mondo materiale. ]

In fondo, la poesia ha un’incidenza davvero minima sulla vita delle comunità umane, perché molti di coloro che credono di possederla ne spossessano in realtà tutti gli altri costringendola in un ambito affatto separato – l’ambito delle Lettere – dove i segni poetici restano qualcosa di inoffensivo e patetico.
In cosa dovrebbe consistere invece l’impresa che si vuole poetica? A cosa dovrebbe volgersi il cimento di chi la assume?
Per quanto mi riguarda – e parlo per me, soprattutto per me – poesia è l’apertura decisiva sul mondo, la capacità quindi di cogliere gli aspetti unici e belli del vivente e, più di tutto, la relazione con coloro che sentono il bisogno di dare un significato avvincente alla vita. E questo, ben al di là o al di qua delle parole. Per cui, ai miei occhi, un facitore di versi non è necessariamente un poeta.

Solo di rado siamo capaci di partire dalla nostra unicità – e dai segni che la veicolano – per andare verso l’altro vivificandone la singolarità e rendendo quindi possibile uno sviluppo ingovernabile della relazione che viene a crearsi.
Bisogna dare un senso alla nostra presenza e al nostro agire – dove “senso” è l’aderenza al mondo e al suo sviluppo critico attraverso le relazioni che manteniamo vive – e il senso rimane e si diffonde nonostante l’eventuale mancata ricezione delle parole che lo veicolano, proprio dove è fatto da relazioni tra viventi. E l’incidenza di una relazione si riverbera talvolta ben al di là del cerchio di parole di chi la forma, deforma o trasforma.

Mi piace però credere che la scrittura poetica possa essere una sorta di segnavia per chi non ha ancora smarrito la propria disposizione amorosa (e critica) nei confronti del mondo.
Amare non è mai facile. La facilità non è dell’amore. Ma ci sono turbini che si scatenano con semplici magie di parole. Abbiate fede nella vostra mancanza di fede e nutrite l’intelligenza del corpo. Non abbassate la guardia. Ogni inciampo del buonsenso può essere un passo in avanti sulla via di una presenza decisiva.

Estate 2008

 

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