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Beryl Marquees2

 

ad Angela

La morte non è la fine del respiro o l’ultimo salto con la fune.
Toccarti solo con questa poesia. Saperti, volerti, ma senza tenerti nei miei giorni. Non poter celebrare le tue labbra, il bacio, l’evasione dalle mie paure. Non poter costruire il sollievo con te, carezzare la tua pelle di panico stellare o credere ai miei occhi persi nella distanza. Non riuscire a sterminare tutte le parole in un abbraccio.
Ecco, amore mio, cos’è la morte.

*

Sulla strada verso casa, i cinghiali si scansano appena, la polvere esplode e una falce di luna mira all’incendio.
Come poter dire tutto il bianco che mi metti negli occhi in questa valanga di fuochi?
Il silenzio della notte non oscura la tua pelle. Piccoli gechi trasparenti corrono tra le note della vita e il futuro assolto.
Non parlarmi. Al vaglio, solo al vaglio del tuo sesso devi passarmi.
E ora, come poter dire la vampa che trapassa il verbo in questa notte senza più male?

*

Bianco. Tutto bianco. La tua pelle a perdita d’occhio. Non riesco a fermarla in testa o tra le mani, con le parole.
Abbacinamento. Radice di stella viva. Mio sole. Rimango carponi sulla via della conoscenza e non trovo l’uscita, non voglio trovarla.
Sedimento il sangue. Ne traggo linfa, vino feroce.
La tua bocca ai confini del giorno…
Tremo, come un pulcino di nibbio al cospetto dell’alba.

11, 18 settembre 2015. La foto è tratta da: BRAU Jean-Louis / PALMER Claude, Le voyage de Beryl Marquees. Roman,  Eric Losfeld Editeur (Le Terrain Vague), 1968.


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