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michaelmaschka

[ Alcuni frammenti tratti dal mio Il gatto e la sua proprietà, edizioni Gwynplaine, 2016. ]

(…) Ieri, c’era una piccola gatta calico nel giardino davanti casa; riversa su un fianco e morta già da alcune ore, almeno stando al nugolo di mosche che la circondava.
Devo ammettere che quasi non mi riusciva di guardarla, di sostenerne con lo sguardo la penosa rovina, pur “protetto” in altezza dalla distanza di ben tre piani.
Ormai mi fa sempre più effetto la morte degli animali, mi tocca sempre più profondamente. Non riesco a non pensare all’innocenza della loro morte, alla loro morte più innocente di qualsiasi vita umana.
Quando mi trovo ad usare il termine “compassione”, penso spesso al gatto della poesia di Lorca, agli animali schiacciati sulle nostre autostrade, seviziati nei laboratori. La compassione è un pezzo di carne dell’altro che ti entra nel corpo. È un campo di battaglia nella nebbia, tra lacrime o risate isteriche, dove cerchiamo ottusamente il filo, la mano, l’armistizio che ci riconduca infine a casa. E non ci rendiamo conto che anche la nostra casa è diventata intanto un campo di battaglia.
Al piano di sotto, la coppia di vecchi siciliani (lui, un ex militare in pensione) stava apparecchiando per gli ospiti sul terrazzo, senza dare apparentemente alcuna importanza alla gatta morta in giardino. Un’ora dopo, li sentivo ancora mangiare e discutere di stronzate. E non ho potuto fare a meno di pensare che ci son massacri e obici da campagna anche tra le tavole imbandite.

Seppellire le forme di vita che vengono meno, è forse l’atto più straordinariamente umano. Seppellire nella nuda terra, intendo, non certo in quei disgustosi alveari à la Le Corbusier che son diventati i nostri cimiteri urbani.
I morti lasciati alle intemperie subiscono l’estremo dileggio, ma la matrice geometrica formata da centinaia di loculi è forse anche peggio: un’indifferenza decisiva, inappellabile.
Non c’è scampo per i civilizzati, neanche da morti. Tutto pulito, tutto etichettato, un grande business pure il trapasso. Non puoi scegliere come e quando morire. Non ti potranno tumulare serenamente sotto quel grande albero che ti piace tanto. Non potrai mai essere un morto libero.
Intanto, a distanza di ventiquattr’ore, la piccola gatta è ancora lì. E non ho una vanga, non posso scavalcare il muro di cinta della proprietà privata, non posso far niente per riconsegnarla alla terra come vorrei. Allora me ne sto qui, in balia della sua piccola morte, e mi viene da piangere, come non mi succedeva da tempo. (…)

La gatta di Derrida, che vede nudo il filosofo e si ostina comunque a non “parlare”, a non articolare un proprio “discorso” intorno alla decenza di questi, non è certo da biasimare. Privo di malizia, e senza la necessità di “miagolarne” necessariamente qualcosa, l’animale non conosce il vuoto o il silenzio attonito degli uomini cui manchino le parole. Non concepisce il pudore, non sente vergogna, non è costretto democraticamente a far sentire la propria voce. Il suo silenzio è pieno di voci, ma non è detto che tutte queste voci riecheggino dentro un suo spazio interiore e debbano per forza farsi sentire, creare un’interlocuzione.
Il corpo dell’animale è parte integrante del suo territorio, della sua percezione dell’esistente. Non sente la propria corporeità come qualcosa di avulso dall’insieme delle cose che lo circondano. Non ha un essere, non possiede un Io. Pur non volendosi come mera individualità, l’animale conserva la sua unicità biologica (e di gruppo) restando vettore significativo della vita, della morte, dell’autogodimento.
Nessuno dei miei gatti ha bisogno d’imparare a dire “io” per arrivare a porsi su un piano di equilibrio con me. Nessuno di essi deve mettersi a nudo attraverso mediazioni simboliche. L’animale è sempre già un “noi” inestricabile, un insieme di animali diversi, di orme, di potenzialità plurali. Ogni mio gatto è un intero branco, un’intera muta di piccoli predatori incessantemente vigili – e non un gregge, non un gruppo di individui gregari che lottano contro la natura per conservare la libertà delle proprie subordinazioni (come avviene da millenni tra gli umani ultra-individualizzati).
Il mio stesso discorso intorno ai gatti, nonché i nomi che gli impongo o i fonemi, i toni che uso con loro, non fermano il movimento della definitiva attenzione che essi dimostrano nei confronti dell’unicità di ogni momento, come pure rispetto ad ogni cosa che si muova nei loro spazî.

[ Illustrazione: Michael Maschka, Cat and Mouse, 2013. ]

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