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Lilla


«C’è un mondo di fiumi spezzati / e distanze inaccessibili / nella zampetta del gatto / schiacciata dall’automobile, / e io odo il canto del lombrico / nel cuore di molte bambine.», Federico Garcia Lorca, Nueva York (Oficina y denuncia), 1929.

Poche volte la poesia mi ha toccato così tanto. Raramente ha prodotto in me quell’eco che ogni profonda manifestazione dell’umano dovrebbe saper generare: mettermi cioè in contatto con la continuità del vivente, con la storia di ogni minuta parte del mondo, con la selva di forze che mi trascina con sé e alla quale strappo continuamente una presenza.
I versi di Lorca, con quelle immagini urbane di violento nitore, ravvivano il mio odio per le strutture invalidanti che noi umani abbiamo costruito a partire dal Neolitico: questo nostro ingabbiarci all’interno di separazioni, questo nostro divorzio dall’immediatezza della vita.
Basta una manciata di parole, e sento la frenata dell’auto, il miagolio lancinante del gatto. Ne sento proprio l’ineludibile lamento, come se accadesse ora, accanto a me.
Ho temuto per anni che l’urlo stridente dei pneumatici nel bel mezzo delle parole segnasse qualcosa che non poteva restare. Niente di quella metropoli, di quell’auto o di quel piccolo animale avrebbe mai potuto fermare il movimento degli eventi, mi dicevo. Eppure, la tenerezza s’impone ogni volta, ottusamente, come un matrimonio d’amore in tempi di guerra, portandomi a credere che ci sia un ponte, una passerella o magari un sentiero scosceso e lontano dalle folle per giungere a guarire, e a riaccarezzare quel gatto ferito, in ogni vivente disposto a far le fusa al mondo insieme a me.

Solo la tenerezza ci permette di sentire realmente con il cuore – di toccare ed essere toccanti. Solo facendo le fusa all’unicità nascosta in ogni vivente possiamo rivelarla a noi stessi e agli altri.
Tenerezza è l’apertura di una porta di cui abbiamo gettato la chiave nel pensiero più profondo. Sulla soglia, l’essere che mi fa le fusa, ci riconsegna entrambi alle correnti d’aria generate dall’impossibilità di una chiusura definitiva.

[L’incipit del mio Il gatto e la sua proprietà, edizioni Gwynplaine, 2016. Nella foto: la Lilla, una delle due gatte di cui parlo sovente nel testo, immortalata qui sul tetto innevato della mia mansarda fiorentina il 29 dicembre 2005. La Lilla è morta a dodici anni e mezzo il 20 novembre 2016, poco dopo l’uscita del libro.]

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